Chi ha mai detto che un intellettuale cattolico debba starsene allineato e coperto? Vittorio Messori smentisce il luogo comune criticando Camillo Ruini, presidente della Cei. L'idea di metter fine alla questione giustizia non gli piace affatto. Eppure, Ruini ha ripetuto concetti già uditi... «Con tutto il rispetto, non si può essere così sbrigativi. Proprio quella Chiesa che dell'esortazione all'esame di coscienza ha fatto uno dei perni della sua predicazione dovrebbe in questo caso praticarla essa stessa». Intende dire che nessuno è immune dalla corruzione di Tangentopoli? «A partire dal '48, per 45 anni, un partito che portava l'aggettivo "cristiano" è stato protagonista assoluto della vita politica italiana. E allora è inconcepibile che esortazioni al colpo di spugna non siano precedute da una domanda drammatica: perché, dopo quasi mezzo secolo, tanta gente che si presentava come cattolica ha concluso la carriera fra un gran tintinnare di manette, nella vergogna e nel disonore? Il problema della giustizia riguarda, insieme agli esponenti degli altri partiti, coloro che militavano sotto la bandiera "cristiana". Questo mettere da parte la domanda essenziale francamente mi spaventa». Insomma, a suo giudizio la questione Tangentopoli è aperta? «Il mondo cattolico deve anzitutto interrogarsi sulle ragioni del suo scacco, esattamente come la classe dirigente liberale all'indomani di Caporetto. Dopo la disfatta, è necessario spiegare perché leader politici che facevano la comunione tutti i giorni ci abbiano portato all'emergenza giustizia». Scusi, ma non le pare che anche nel mondo cattolico, accanto ai «giustizialisti», ci siano parecchi «giustificazionisti»? «La mia critica è sopra le parti , ed è rivolta a Ruini. Poi, certo, un certo cattolicesimo progressista è tentato dal giustizialismo, forse perché inquinato dal messianesimo illuminista e marxista. Invece i tradizionalisti, fra cui colloco me stesso, sono consapevoli della realtà della condizione umana, e non si aspettano la costruzione del regno di Dio sulla terra». E Ruini dove lo mette, nel mezzo? «E' costretto, come tutta la gerarchia, a pronunciare discorsi "politicamente corretti". Diciamolo pure, a barcamenarsi. Solo che, negando il contraccolpo subito dalla comunità cattolica dopo l'esplosione della Dc, afferma qualcosa che non posso condividere. Oggi, per esempio, c'è una vistosa lacerazione fra i seguaci di Buttiglione e quelli di Bianco all'interno degli stessi consigli parrocchiali. Tutti sanno che, mentre la maggioranza della nomenklatura clericale sta con l'Ulivo, il popolo dei praticanti domenicali vota per il Polo al 65-70%. E tanti, pur di non essere costretti ad ascoltare prediche progressiste, cambiano chiesa o disertano le funzioni». Se la divisione è così dolorosa, perché Ruini esclude un ritorno all'unità politica dei fedeli? «Si rende conto che è una strada ormai sbarrata. La meta è improponibile perché la divisione attuale è più antica del sistema maggioritario: risale all'800, a don Bosco e Manzoni». Sicché Ruini... «Cerca di non scontentare nessuno. Ma oggi la Chiesa ha soprattutto bisogno di speranza».
