articoli interventi e interviste
12 dicembre 2002 :: Corriere della Sera, Sette

Lasciate che Gesù venga ai bambini

di Vittorio Messori

Che il fondo sia ormai toccato me l’ha confermato la giovane coppia di turisti con bambina. Una famigliola –e non esotica, padana– vista giorni fa nel duomo di Desenzano. Appena entrati, la mamma ingiunge alla figlia di levarsi la cuffia civettuola con cui si difende dal freddo. "Mi raccomando" dice, tra lo zelante e il competente, a quella sua femminuccia "devi imparare", in chiesa tutti devono scoprirsi il capo". Ero proprio lì accanto, non potevo non sentire. Ammetto  che non ho resistito alla battuta, venutami immediata: "E soprattutto, non dimenticate di lasciar fuori le scarpe". Mi guardarono, i tre, con aria perplessa, sinceramente incerta. I genitori, come cercando di ricordare se avevano visto qualcosa, in tv o sui giornali, su qualche misura di par condicio tra chiese cattoliche e moschee: tanto, si sa, oggi "ste religioni sono tutte più o meno eguali e quel papa polacco è inesauribile con le sue trovate".

Una famigliola di tranquilli post-cristiani, d’accordo. Ma le cose non vanno molto  meglio con i cosiddetti praticanti. E non da oggi. Me ne accorsi sin da quando cominciai l’ avventura di scriba di cose cattoliche, con un libretto dove azzardavo certe ipotesi su Gesù. Scrivendole, il lettore cui pensavo era uno come me fino a qualche anno prima, uno della “città secolare”, uno venuto su tra famiglie agnostiche e scuole laiche, senza alcun contatto con frequentazioni e studi clericali. Un lettore, dunque, cui cercare di dare, come cosa per lui inedita, le coordinate di una  fede ormai sconosciuta. Invece –con qualche amarezza mia, ma con soddisfazione dell’editore– mi accorsi subito, dalla diffusione e dalle lettere che mi giungevano,  che quelle cose suonavano nuove pure ai praticanti, pure  a coloro che si aggirano  attorno alle parrocchie.

In effetti, pare proprio che, all’interno del mondo cattolico stesso, la trasmissione dei contenuti del Credo sia ormai inceppata. Migliaia di catechisti, uomini e donne, sono impegnati nelle parrocchie ma– da qual che mi dicono e che constato negli incontri– spesso la loro buona volontà si esercita nel tentare di formare a un cristianesimo  ridotto a un moralismo politicamente corretto, a un'etica da conformista da vulgata corrente, a un Cristo in bilico tra buonismi e engagements da campagna da “Pubblicità Progresso“ o da maratona benefica televisiva. Una fede, dove le sole crociate ammesse sono quelle contro il fumo, la pena di morte, la fame nel mondo, le barriere architettoniche, l’inquinamento ambientale, la caccia, l’Aids, la diffidenza per gli extracomunitari, l’evasione delle tasse., la pedofilia, il disimpegno nel dialogo su tutto e con tutti. Accanto alla marmellata moralistica, pare mancare la capacità di presentare le “ragioni per credere“, a cominciare dalla attendibilità storica dei vangeli, dalla divinità di Gesù, dall’esistenza stessa di un Dio unico, onnipotente, vivo, rivelatosi con Parole ed Atti.  Pochi, insomma, nella Chiesa stessa, sembrano preoccuparsi di porsi le domande radicali, riducibili poi a una soltanto, semplice e terribile: "Insomma: è vero o non è vero? Questa fede è sul serio una speranza di vita, e di vita eterna, o non è che un decalogo da ospite ideale di edificante talk show televisivo?".

Se questa incapacità di chiarezza –e di risposta– sembra contrassegnare persino non pochi tra coloro che s’impegnano nella catechesi (fatte salve, s’intende, la buona  volontà e la buona fede), è facile intuire che accada nelle famiglie di coloro che si dicono, e sono, cattolici, che vorrebbero trasmettere ai figli la loro prospettiva religiosa  ma che, privi essi stessi di solida  formazione cristiana, non sono in grado  di supplire alla insufficienza di quanto è insegnato fuori casa ai loro rampolli. Che rispondere, insomma, alle domande –così terribili perché così  semplici– dei bambini, magari ritornando dalla chiesa? E’ a questa gente (che non è poca: quasi un terzo degli italiani, circa 18 milioni, partecipa tuttora regolarmente alla messa festiva),  è a questo popolo, dunque, che ha pensato un padre di quattro figli, un giornalista ancora giovane, da poco alla sua prima esperienza da direttore -a La Provincia di Como-  ma che non intende dimenticare la sua esperienza di cronista che gli è stata preziosa anche in questo caso, come negli ormai  non pochi libri precedenti. Michele Brambilla,mandando in libreria, per Piemme, un suo svelto (160 pagine), ma denso, Gesù spiegato a mio figlio, ha risposto a una forte richiesta editoriale che non aveva sinora trovato un’offerta adeguata. Da noi, almeno. In Francia, ad esempio, i falcidiati  ma tosti cattolici sopravvissuti agli anni di piombo di quella che fu la Fille ainée, la Figlia primogenita della Chiesa, si sono da tempo muniti di strumenti di questo genere, che provvedono a riempire i buchi, le reticenze, gli astrattismi di certi catechismi ufficiali, nutrienti come tazzine di tisana tiepida.

Sin dalle prima righe del suo manualetto, Brambilla mette le mani avanti: "Mi è ben chiaro che il miglior modo per trasmettere la fede ai nostri figli è quello di testimoniarla con l’esempio. In una parola, con la vita. Ma mi è anche chiaro che la fede non  è cosa che riguardi solo il cuore: riguarda pure la ragione". Il nostro direttore-cronista ha letto Pascal, anche se si guarda da riferimenti  intimidenti. Dunque, sa bene che cosa il vecchio Blaise volesse dire con quel suo ammonimento: "Bien penser, pour bien  agir", bisogna pensare giusto per comportarsi da giusti. Ecco, allora, cinquanta domande fondamentali (proprio quelle che solo i bambini, beati loro, si possono permettere di fare: non a caso il Nazareno li prediligeva) alle quali seguono cinquanta risposte che, al gusto giornalistico per l’aneddoto e per lo stile disinvolto, uniscono ragionamenti, argomenti,  pezze d’appoggio, esempi, citazioni adeguate . Si va da  un "Ma Gesù è esistito davvero?" a un "Giuda è all’inferno?",  sino a un "Perchè tanti cristiani non si comportano bene?", per finire con ciò che giustifica il tutto: "E se ci fossimo ingannati? Se fosse solo un uomo?".

Sostiene Brambilla che ciò che gli è stato più difficile fronteggiare è la domanda sul male che colpisce gli innocenti e quella sulla credibilità della risurrezione fisica, “in corpo e anima“, di Gesù. Ma anche in quei casi ci sembra che se la sia cavata alla sua maniera : non eludere il problema, non fare il furbo con escamotages dialettici, rispettare il Mistero, ma rispettare anche quel dono di Dio, da utilizzare sino all’estremo delle sue possibilità, che è la ragione. No, non ci fanno velo amicizia e stima per questo monzese dall’aria distratta e disincantata, ma in realtà coriaceo come giornalista e come credente: tra tanta carta passibile di denuncia per spreco ecologico, ecco della pagine che rispondono a un bisogno vero. Meno di dieci euro per una sorta di cassetta di pronto soccorso cattolico che, prima ancora che ai figli, sarà giovevole ai genitori.

© Corriere della Sera