Dieci anni fa, fu Joaquìn Navarro Valls, portavoce della Santa Sede, a suggerire e a gestire l’operazione mondiale che portò ai 20 milioni di copie, in 53 lingue, di Varcare la soglia della Speranza. E’ dalla sua valigetta posata sul tavolo di un ristorante che uscì, per essermi affidata, una cartella bianca con le insegne papali e sulla quale stava il titolo, scritto a mano dallo stesso Autore. Uomo di media, Navarro era, ed è, convinto che l’apostolato deve servirsi di ogni strumento e ricercare la migliore efficacia. Anche da qui la decisione di affidare i libri “privati“ del papa al maggiore editore italiano, contando sulla sua organizzazione e i suoi legami internazionali. Dopo un paio di titoli con la Libreria Editrice Vaticana, Giovanni Paolo II rientra ora nel catalogo della Casa di Segrate con il nuovo libro distribuito ieri, Alzatevi, andiamo!
Una scelta editoriale che, in Vaticano, molti approvano mentre lascia altri perplessi, ma che fu favorita anche dalla conversione a un cattolicesimo molto ortodosso di Leonardo Mondadori, il Presidente della editrice scomparso da non molto. In questi giorni, però, in certi ambienti religiosi è stato fatto notare che la Casa di Segrate ha in distribuzione pure la quattordicesima edizione del Codice Da Vinci. E’, da mesi, il suo maggiore best seller, ma è anche un libro di una tale virulenza verso il cattolicesimo in generale e l’Opus Dei in particolare che –mentre in Europa la Prelatura ha scelto, come male minore, la strategia del silenzio - negli Stati Uniti un gruppo di membri ha denunciato l’autore per diffamazione aggravata. Ora, com’è noto, anche il portavoce vaticano è, da sempre, un “numerario”, cioè un membro full time dell’Opus Dei.
Giovanni Paolo II, dunque, e Dan Brown, l’americano che presenta la mitica Obra come una piovra mafiosa e assassina, sono i maggiori successi, per giunta in contemporanea, della Mondadori. La quale occupa in questi giorni pagine di pubblicità per entrambi i titoli.
Una contraddizione stridente, un sospetto di cinismo, un motivo di imbarazzo? Di simili problemi parlai più volte con Leonardo che, da convertito (e proprio attraverso l’Opus Dei) ma, al contempo, da manager realista, mi parlò dell’apertura a ogni voce che deve contrassegnare una Casa “universalista“ come quella voluta da Arnoldo. Una Casa non ideologica, non di nicchia, dove dunque –in omaggio all’open society alla Popper – deve essere riconosciuta cittadinanza a chiunque abbia qualcosa da dire e lo sappia dire. Mi ripeteva, il nipote del Grande Vecchio, che la sua strategia di presidente e, al contempo, di cattolico fervente, non era rifiutare alcun autore bensì aggiungerne altri. Al lettore, poi, scegliere e trarre le sue conseguenze.
Che cosa troverà allora chi avrà scelto questo scrittore polacco (l’edizione italiana è una traduzione dell’originale slavo) di 84 anni, da 26 Successore di Pietro? Avendo avuta la possibilità di leggere in modo disteso, non affrettato, questo Alzatevi, andiamo! mi sono sforzato di farlo, per quanto possibile, con occhi sgombri da personali esperienze e convinzioni. Spero di essere creduto: ne sono uscito con una sensazione di ammirazione e di serenità. Ammirazione per una Chiesa da noi a lungo misconosciuta come quella polacca, una Chiesa uscita dal martirio della secolare spartizione austro-russo-prussiana, per passare all’occupazione nazista e poi alla persecuzione comunista e che pure appare, in queste pagine, mirabile per fede, per tradizioni, per organizzazione. Una Chiesa al contempo patriottica e cattolica, nel significato di universale; profondamente slava e altrettanto romana; gerarchica e popolare; severa e al contempo accogliente; austera e insieme colorata, gioiosa. Ammirazione per una comunità ecclesiale che ha saputo accogliere e far fruttare i doni di un giovane di nome Karol, povero di denaro e straripante di valori umani, portandolo sino ad uno dei luoghi più elevati che potesse offrire, quello dell’ arcivescovo metropolita di Cracovia. Con Wojtyla, certo, il temperamento naturale sembra essere stato straordinariamente generoso. Se il libro, dicevo, dà anche serenità è per il confronto con una delle vite più riuscite, la vita di un uomo dove la forza si unisce alla tenerezza e dove (anche qui) la prosa lascia spontaneamente lo spazio alla poesia, al poema da lui composto per San Stanislao. Un uomo che, con semplicità ma con verità, dice di “avere sempre cercato l’armonia tra fede, pensiero, sentimento“ e che, sin da quando fu consacrato sacerdote e poi sempre più, da vescovo e infine da papa, ha cercato di allargare il suo cuore di padre sino ai confini del mondo.
Ma ciò che colpì me durante il lungo colloquio che divenne libro è proprio ciò che sorprende anche in ciascuna di queste nuove pagine. Questo cristiano, cioè, non ha bisogno di “credere“. Per lui, i contenuti della fede sono evidenze tangibili, il Credo non è che la ripetizione di verità ovvie. Che il Dio di Abramo si sia incarnato in Gesù Cristo e che egli stesso, ora, ne sia Vicario in terra non sembra essere per lui un oggetto di fede “teorica“ ma di esperienza concreta . In lui, il teologo, il filosofo, l’uomo di cultura –che pure è– si uniscono al mistico, a colui che ha raggiunto un’evidenza di cui non può dubitare. Pure in questo senso il libro rasserena: confermando i credenti, certo, ma porgendo anche una mano paterna a chi dubita, a chi è in ricerca, persino a chi nega ma che non può non restare pensoso davanti a una simile convinzione, granitica e al contempo serena, lontana da ogni fanatismo.
I cultori di politica ecclesiale troveranno molti spunti, come le positive citazioni per Escrivà de Balaguer, Chiara Lubich , Luigi Giussani o il riconoscimento pieno per quei Neocatecumenali della cui ortodossia qualcuno, nella Chiesa, dubita. Chi dubita, invece, del suo “progressismo “ troverà frasi come questa: “Sin da vescovo, l’attuazione del Concilio è stata costantemente in cima ai miei pensieri“. E chi favoleggiò di screzi con il card. Martini, che proprio Giovanni Paolo II strappò agli studi per la diocesi forse maggiore del mondo, ne troverà qui un bell’elogio. Ma non è per questo che il papa scrive. Se, rompendo con la tradizione, ha fatto posto a generi letterari insoliti per un pontefice come l’intervista, la poesia, l’autobiografia, è per un solo motivo: continuare, pure così, il suo apostolato, il suo bisogno di gridare che una Verità e una Speranza esistono, non sono un’illusione. Anche nel libro presentato ieri, il racconto non è che spunto per una catechesi, non è che pretesto, in fondo, per far riflettere sulla Scrittura e riproporre l’insegnamento della Tradizione. Com’egli stesso confessa nella introduzione, questi libri non sono che una testimonianza personale a conferma del suo insegnamento magisteriale.
