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31 marzo 2005 :: Corriere della Sera

Diario Vaticano - prima puntata

di Vittorio Messori

Un’avvertenza iniziale, per non aver l’aria di chi millanta crediti: queste piccole pagine non sono scritte “dal Vaticano“. Sono la riflessione di un credente che, nel suo studio a centinaia di chilometri da Roma, interpreta in filigrana ciò che i media riferiscono; o riporta, riflettendo, ciò che da là gli fanno sapere amici di cui conosce la credibilità .

Credibilità che metteremo subito alla prova con un preannuncio impegnativo. Nel giugno del 2002 –in quella che è considerata la “festa del papato“, il giorno dei santi Pietro  e Paolo– ci fu dato di far cessare le voci sempre più insistenti su una rinuncia al papato da parte di Giovanni Paolo II.  Càpita, talvolta, che la Santa Sede (come ogni altra istituzione internazionale) giudichi più opportuno far filtrare una notizia  attraverso un giornale piuttosto che ricorrere a un comunicato ufficiale. Così avvenne quella volta. E il mezzo prescelto fu il Corriere: <<La mia salute non è affar mio ma di Colui che mi ha chiamato a questo ministero. Nei Suoi misteriosi disegni ha voluto che dalla mia lontana Polonia giungessi fin qui: sarà dunque Lui a decidere della mia sorte>>. Questo il messaggio di Giovanni Paolo II a un mondo che si interrogava sulle sue decisioni: in realtà, decidere tocca a un Altro, replicava. Qualunque cosa ci fosse stata  nel futuro, egli avrebbe continuato a portare la sua croce in quel calvario che, per un vecchio malato, è <<reggere il peso di tutte le Chiese>>, per dirla con il linguaggio di san Paolo.

I quasi tre anni trascorsi da allora hanno confermato la verità di quell’annuncio che, in effetti, bloccò il chiacchiericcio insistente su quelle che (impropriamente nel caso di un pontefice romano, che non ha altri “superiori“ se non il Cristo) vengono chiamate “dimissioni“. Le  voci , però, in queste settimane sono riprese, con l’altalena dei ricoveri ospedalieri, con la perdita della voce, con le strazianti, drammatiche “scene mute“ alla finestra su piazza San Pietro. Lo confesso: io stesso, constatando che la  situazione sembrava peggiorare in modo tanto visibile, mi chiedevo se Giovanni Paolo II non pensasse di riesaminare la sua decisione. Davo pure io qualche credito a chi, nei giorni scorsi, assicurava che poteva essere imminente il ricorso al secondo paragrafo del canone 332: << Si contingat ut Romanus Pontifex muneri suo renuntiet....>>, nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio...              

Ebbene, non è, non sarà così. Con la stessa attendibilità di tre anni fa, possiamo oggi  confermarlo: qualunque cosa succeda, quale che sia l’evoluzione delle patologie di cui Giovanni Paolo II soffre, la Chiesa non registrerà un altro ex-papa nei suoi annali, il nome di Karol Wojtyla non sarà associato a quello di Pietro da Morrone, Celestino V,   pontefice per soli cinque mesi prima dell’abdicazione e che la Chiesa finì per canonizzare. In nome dell’ abbandono totale alla Provvidenza e della sua concezione del papato (<<non ci si può dimettere dalla paternità>>)  Giovanni Paolo II non si tirerà  indietro: cesserà il suo mandato solo quando sarà chiamato a rendere conto  a Colui di cui, per la fede, è vicario in terra.

Rinunciare, per lui, sarebbe cedere alla tentazione di allontanare da sé il peso della croce . Sino alla fine non cesserà di trascinarla lungo quel Calvario che è per lui il fronteggiare gli impegni quotidiani del suo ministero. Se molto può essere delegato, e lo è, ai suoi collaboratori, ci sono quelli che sono chiamati “atti papali“ e che esigono il suo intervento diretto e attivo. Tra di essi, la nomina dei vescovi. Ebbene, anche l’altro giorno l’Osservatore romano dava notizia di scelte all’episcopato fatte dal papa e non per una sorta di automatismo istituzionale: per ciascuna nomina occorre studiare i dossier preparati dalle Nunziature e dalla Congregazione competente, riflettere, confrontare i vari candidati. Ed è ciò che il papa ha fatto. 

Dicono i suoi collaboratori: <<La rinuncia a una tradizione recente e accessoria  come l’udienza generale del mercoledì (risale solo a Paolo VI) ha colpito i media, che vi hanno insistito. Ma si dimentica che il lavoro del papa, quello che attiene al suo ministero, va avanti e in condizioni migliori di quanto alcuni immaginino>>. Giura, ad esempio, una persona che era presente a Pasqua nel suo studio che  Giovanni Paolo II ha parlato in modo perfettamente comprensibile per tutta la mattinata. Il blocco quasi totale della parola è stato determinato dall’emozione: <<L’uomo abituato a parlare a masse sterminate, il leader che ha fatto la sua parte, per più di venti anni, sulla scena del mondo, si è commosso quando, affacciandosi alla finestra, ha visto che la folla era talmente grande da riempire anche via della Conciliazione. Si è reso conto che molti piangevano, dagli striscioni e dalle grida (molte in polacco) ha capito quale fosse l’affetto che volevano dimostrargli. Così, dopo aver parlato tanto a lungo con i suoi collaboratori, davanti a quei suoi figli è stato colto da afonia nervosa>>. Questo quanto ci è stato detto da persona di cui non abbiamo motivo di dubitare. La stessa persona che ci faceva notare come, stando a certo pessimismo mediatico, si dava per sicuro che il papa non sarebbe stato in grado di affrontare il programma massacrante, che egli stesso aveva stabilito, dell’anno giubilare. Nessun impegno, allora, è stato saltato. Cinque anni dopo la malattia ha progredito ma, checché ne sia della quantità di lavoro che gli è ancora possibile svolgere, la qualità non sembra intaccata: <<Se il cuore è più che mai aperto all’amore del mondo intero, la testa è trasparente, la memoria intatta, il giudizio lucido>>. Così assicura chi ha accesso in quelle stanze. E così, per dovere di cronaca, riferiamo. Ma su questo, come su altro, avremo modo di tornare in queste paginette di diario.

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