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27 ottobre 2005 :: La Stampa

Trent'anni fa, Tuttolibri

di Vittorio Messori

Nel gruppetto, eravamo giovani, grintosi, affiatati; ed anche –bando all’ipocrisia- piuttosto bravi: perché, sennò, Arrigo Levi e Carlo Casalegno avrebbero scelto proprio noi? Tutti, però, ci eravamo formati nei due quotidiani del gruppo, ci mancava l’esperienza del lavoro in un periodico. E, qui, si trattava di inventare un settimanale che non c’era, non c’era mai stato: qualcosa che fosse un foglio di cultura -e rigorosa-, un giornale che non si occupasse che di libri (come da testata) ma con, al contempo, una diffusione popolare. Il prezzo stesso era una novità per un mezzo di quel tipo: soltanto duecento lire, come un quotidiano, un caffè, un biglietto del tram. Va ricordato, in effetti, che il Tuttolibri dei primi anni non era, come poi divenne, un supplemento de La Stampa, era un settimanale autonomo, da vendersi separato.    

Ce la mettemmo tutta , con l’orgoglio di una squadretta di colleghi che erano anche  amici. Bonini, Varca, Rosa, io, la segretaria lèttone, Gersoni, ci sorreggevamo con  stock massicci di sigarette ; Sinigaglia, il solo che non fumasse, subiva rassegnato, i giacobini del salutismo, alla Sirchia, erano ancora impensabili. Ci davamo da fare, senza guardare ad orari ; eppure ci faceva comodo che, ogni tanto, Topo Gigio -come, con familiarità affettuosa,   chiamavamo il direttore- salisse di un piano e ci desse qualche fulmineo suggerimento: così, con i suoi modi spicci e cordiali, da collega e non da superiore. Né ci erano meno preziose le dritte un po’ ironiche  del Professore (quello per antonomasia, Casalegno), quando gli portavamo a vedere i bozzoni dei numeri zero sui quali ci accanivamo. Scoprimmo cose impensate. Ad esempio, che occorreva qualcuno che, a tempo pieno, non si dedicasse che ad aprire i pacchi degli editori e degli autori in proprio: soprattutto questi ultimi blindavano le loro creature, con imballaggi poderosi e metri di coriaceo nastro adesivo. Scoprimmo che l’Italia era un Paese di aspiranti recensori: sparsasi, con largo anticipo, la notizia dell’uscita, fummo sommersi da centinaia, se non migliaia di lettere.  Sembrava che non ci fosse professore di scuola media, di liceo ma anche di università che non offrisse i suoi servigi (anche gratis, precisavano molti) per stroncare o per esaltare  pagine altrui su quel giornale. Scoprimmo, alla fine, l’eccitazione con cui tappezzammo le pareti delle due stanzette della redazione con certe strisce di carta: erano quelle della distribuzione che annunciavano il trionfale andamento delle vendite del primo numero. Non fu sempre così, ci assestammo su cifre meno entusiasmanti. Ma non per questo svanì  l’orgoglio, pur torinesamente mascherato, di avere iniziato e di portare avanti, settimana per settimana, un’avventura a suo modo inedita; e, forse, non del tutto irrilevante.  

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