Gustav Seibt, storico e docente nella prestigiosa Humboldt Universitaet di Berlino, si è occupato per lungo tempo della questione del ritorno sulla Sprea della capitale tedesca, dopo la riunificazione. Come si sa, molti Laender – a cominciare dalle cattoliche (od oggi, ahinoi, ex-cattoliche, o quasi...) Baviera e Renania – non volevano che il centro politico ritornasse in Prussia. E di certo non solo perché con l’amputazione della Germania Orientale la vecchia capitale è divenuta molto decentrata, con la frontiera polacca quasi a ridosso. I motivi del rifiuto sono ben più profondi. Juan Donoso Cortés, il pensatore controrivoluzionario che conosceva bene quei luoghi, essendo stato nel 1849 ambasciatore di Spagna a Berlino, scrisse addirittura: «La Prussia ha per padre il diavolo». Pensava, forse, anche alla cristianizzazione dei prussiani con i metodi brutali, che non esitavano davanti alla strage dei renitenti, praticati dai monaci-soldati, i Cavalieri Teutonici. Ma Donoso rinviava, soprattutto, al tradimento del Gran Maestro Alberto di Brandeburgo che colse l’occasione della rivolta di Lutero per abbandonare il sacerdozio, sposarsi e, soprattutto, dichiarare sua proprietà personale i domini dell’Ordine di cui si proclamò sovrano.
I principi tedeschi avevano subito approfittato della rivolta contro Roma
per mettere avidamente le mani sulla proprietà ecclesiastiche: fu
questo, del resto, che assicurò la vittoria e il consolidamento della Riforma.
Gli aristocratici avevano tutto l’interesse a che non ritornasse
il cattolicesimo, con il pericolo di dovere restituire quanto era stato
arraffato. Una storia, economica e non teologica, che impedì tra
l’altro il ritorno a Roma dell’Inghilterra e che spiega anche il favore
accordato al Bonaparte che, per avere l’appoggio dei nouveaux riches
(borghesi, questa volta, più ancora che nobili), dovette dichiarare
solennemente, per scritto, che il ricco bottino dei beni della Chiesa
svenduto ai già ricchi dalla Rivoluzione non sarebbe stato messo
in discussione.
Il Gran Maestro Alberto fece ancor di più: era egli stesso un ecclesiastico
e dichiarò suo, trasformandolo in Ducato ereditario per sé e per
i suoi figli, tutto ciò che apparteneva ai Cavalieri e su cui, per mandato
della Chiesa e dei confratelli, avrebbe dovuto vegliare. Le croci nere
su fondo bianco delle bandiere e degli stemmi prima della Prussia
e poi della Germania intera sono ancora quelli dei Teutonici. In ogni
caso, poiché – come ammonisce la saggezza popolare – Dio non paga
il sabato, dovettero passare quasi quattro secoli dal 1525 al 1918:
ma nel novembre di quell’anno, Guglielmo II di Hohenzollern, l’ultimo
erede di quel ducato divenuto nel frattempo impero tedesco, dovette
scappare in tutta fretta e con poche valigie in Olanda, inseguito dalla
rivoluzione scatenata dalla sconfitta nella guerra fomentata anche
dalla sua megalomania.
La storia della Prussia, dunque, comincia con un ladrocinio inaudito e conoscerà poi le forme più pericolose e radicali di tutte le ideologie moderne: il nazionalismo, il militarismo, l’antisemitismo, il socialismo, il nazionalsocialismo, il comunismo, il nichilismo, e oggi l’edonismo. Berlino è stata al contempo mandante e vittima degli errori disastrosi che hanno funestato gli ultimi due secoli. Non stupisce che, al referendum dopo la riunificazione del 1989, sia passata, ma senza ottenere l’unanimità, la proposta di ritornare a quella che fu capitale grazie alle vittorie contro la Francia nel 1870 ma che non fu mai pienamente accettata dal Sud e dall’Ovest, di tradizione cattolica. Persino Hitler, austriaco, non amava Berlino e, in effetti, voleva raderla al suolo per ricostruirla come Weltstadt, “città mondiale” completamente diversa, a cominciare dal nome: non più Berlin ma Germania. I megalomani piani architettonici elaborati con Speer, il suo architetto, non nascevano, paradossalmente, da amore bensì da odio: radere tutto al suolo e ricominciare da capo.
Tutto questo è stato ricostruito dallo storico Gustav Seibt che, nel corso della sua monumentale ricerca, è stato attratto dalla vicenda di quell’altra “capitale contestata” che, nello stesso XIX secolo, fu Roma. Con una differenza fondamentale: Berlino fu imposta da Bismarck a una Germania riluttante mentre Roma fu conquistata a cannonate da una classe politica che ebbe Cavour come massimo esponente e che voleva farne ad ogni costo la capitale. Insomma, per i tedeschi la capitale fu un destino da subire, per gli italiani (o, almeno, per la ristretta casta allora al potere) fu una scelta da perseguire ad ogni costo.
Sta di fatto che il professor Seibt dalle sue riflessioni ha tratto un grosso volume, Rom oder Tod, Roma o morte, uscito di recente in italiano (Roma o morte. La lotta per la capitale d’Italia, Garzanti 2005) e che, ovviamente, mi sono affrettato ad esaminare. Occuparsi di quei decenni non è curiosità da eruditi ma un modo per cercare di comprendere il presente. La serietà accademica germanica non è smentita neppure qui, il rigore nella ricerca è garantito; così come è garantito anche il conformismo, anch’esso tipicamente accademico, con la consueta, logora contrapposizione tra i buoni “progressisti” (i Piemontesi, e c’è da riderne!) e i “reazionari” (Pio IX e i clericali in genere, ça va sans dire). L’adesione alla vulgata ancora egemone si spinge sino al punto che questo docente berlinese termina così il suo libro: «Nel 2000 la Chiesa cattolica ha beatificato entrambi i papi dei due Concili vaticani. Ed è accaduto di nuovo in un giorno di settembre. Quando è stato elevato agli onori degli altari Giovanni XXIII, in piazza San Pietro c’è stata un’esplosione di giubilo. Quando è toccato a Pio IX, la piazza ha risposto con un gelido silenzio». Ecco come la storiografia più «rigorosa» – almeno nella dichiarazioni dello storico – crea miti, schemi, parole d’ordine.
Si dà il caso che io stesso, quella domenica autunnale, fossi su quella piazza. E in un posto privilegiato, da dove potevo tutto vedere e sentire. Ero, cioè, sul palco della Rai, sopraelevato proprio in mezzo alla folla, ad affiancare nel commento per la diretta televisiva il collega vaticanista del Tg 1, Giuseppe De Carli. Ci fu clamore, certo, per papa Giovanni, grazie anche al “tifo organizzato” (mi si permetta l’espressione) della diocesi di Bergamo che aveva dirottato su Roma, parrocchia per parrocchia, masse di pellegrini. Ma sta solo nella fantasia – o, meglio, nel desiderio – del professore di Berlino, che quasi certamente non c’era, il “gelido silenzio” che avrebbe seguito la proclamazione a beato di Pio IX. Certo, non ci furono le grida e i cori dei supporter bergamaschi ma – lo testimoniano le mie orecchie e lo testimonia la registrazione del commento di De Carli e mio – ci fu un lungo applauso e anche le grida e l’agitare di cartelli e striscioni di gruppi marchigiani. In ogni caso, quella folla era composta in massima parte di cattolici espliciti ma certamente ignari di vicende risorgimentali: solo l’irrealismo di un professore, per giunta prussiano, può pensare che quei semplici secondo il Vangelo – abituati ad applaudire comunque le iniziative di un papa, cui va comunque la loro fiducia: se lui lo ha approvato va certamente bene – esprimessero dissensi basati su questioni storiche, sino al punto di ammutolire. Ma poi, diciamolo, perchè un cattolico dovrebbe avercela con il pontefice che definì l’Immacolata, che riconobbe Lourdes, che sorresse e favorì santi come don Bosco, che fu insultato e odiato dai Garibaldi e dai Mazzini, che fu derubato di tutto e ridotto agli arresti domiciliari in Vaticano? Così, insomma, nascono i miti: c’è da star certi che alla fine lo schemino prefissato entrerà anche nei testi scolastici. Gente in festa per il Papa arruolato da certa intellighenzia clericale (per quanto abusivamente) tra i “progressisti”; silenzio, e gelido, della folla per il Papa “oscurantista”.
Comunque non è la prima volta né sarà l’ultima in cui il desiderio di
adeguarsi alla precomprensione storica inventa dei “silenzi”. Per restare
a una mia testimonianza personale, dopo quella del palco in
piazza San Pietro: nei miei molti anni torinesi ho ascoltato più e più
volte i resoconti degli anziani che furono presenti quando Mussolini
incontrò gli operai della Fiat, parlando al Lingotto da un palco a
forma di enorme incudine e avendo a fianco il senatore Giovanni
Agnelli. Secondo la vulgata messa a punto e imposta dopo il 1945,
anche qui un “gelido silenzio” avrebbe accolto il duce: secondo il
mito di sinistra, i membri della coriacea “classe operaia” subalpina
avrebbero mostrato il loro antifascismo incrociando le braccia,
ascoltando muti i retorici sproloqui del Tiranno e andandosene a capo
chino. Il duce ne sarebbe uscito adirato contro quella Torino operaia,
così refrattaria al fascismo. In realtà, non soltanto i racconti dei
testimoni, sentiti con le mie orecchie, ma anche le riprese cinematografiche
dell’evento mostrano tra quegli operai un entusiasmo niente
affatto inferiore a quello che ovunque accoglieva, allora, il Benito.
Acclamazioni e applausi a scena aperta si susseguirono, in quella
gigantesca fabbrica che eccitava Piero Gobetti e Antonio Gramsci,
che vi vedevano il simbolo di una umanità nuova. Il “gelido silenzio”
del Lingotto per Mussolini ha la stessa verità storica di quello
di piazza San Pietro per la beatificazione di Pio IX.
Con (preziosa) pignoleria germanica, Gustav Seibt – per tornare allo
storico tedesco – dà i numeri: quelli, precisi, delle forze del papa
che, nel settembre del 1870 avrebbero voluto fronteggiare il corpo
di invasione mandato dal governo di Firenze. Avrebbero voluto, dico,
perchè il Pontefice in realtà prescrisse una resistenza solo dimostrativa,
per mostrare al mondo che lo Stato Pontificio cedeva alla
violenza. Inutili le richieste appassionate del Comandante in capo,
Kanzler, che, da militare geloso dell’onore, avrebbe voluto una vera
opposizione, per quanto inutile, visto che l’esercito italiano (o piemontese,
come lo chiamavano a Roma) aveva un rapporto di forze
di dieci a uno. Il barone Hermann Kanzler era originario del Baden,
aveva sposato una romana e da molti anni si era arruolato volontariamente
sotto le insegne pontificie in quanto, riconosce Seibt, «era
appassionatamente devoto al papa, un ardente combattente per la
fede e un buon soldato». Ma veniamo ai numeri, limitandoci a quelli
dei volontari. Nello Stato Pontificio, del resto, non esisteva l’invenzione
“diabolica”, introdotta dalla rivoluzione, della coscrizione obbligatoria
che trasformava ogni conflitto da faccenda per professionisti
in guerra di massa, totale. Oltre agli italiani (accorsi da ogni regione
per difendere quello che consideravano il loro padre nella fede:
non c’erano solo i volontari di Garibaldi...), i più numerosi – tremila
– erano i francesi, la maggior parte inquadrati nella Légion d’Antibes,
un corpo di giovani cattolici entusiasti e valorosi, come mostrarono
poi andando subito a combattere in Patria contro i prussiani.
Seguivano 1.200 tra tedeschi e austriaci, 1.000 svizzeri, 900 olandesi,
700 belgi, 300 canadesi, naturalmente francofoni del Québec,
oppressi dagli inglesi perchè “papisti”. Seguivano gruppi di spagnoli,
portoghesi, inglesi, statunitensi. C’erano anche 10 russi e persino
4 tunisini, 3 turchi, 3 siriani, 2 brasiliani, 2 svedesi, 1 marocchino,
1 peruviano, 1 messicano. Il più esotico tra tutti, un aborigeno della Nuova Zelanda. Seibt: «Fino ai moderni corpi di spedizione delle
Nazioni Unite non c’è più stato un simile esercito multinazionale che
testimoniava della universalità della Chiesa cattolica». E testimoniava,
aggiungiamo noi, del nuovo destino accettato lucidamente da
Pio IX: abbandonata dai governi e dalle dinastie regnanti, la Catholica
faceva appello ai popoli. E i popoli risponderanno mandando i
loro figli ad arruolarsi a Roma e, poi, versando all’Obolo di San Pietro
quanto occorrerà alla Chiesa, spogliata di tutto, per mantenere
la sua istituzione.
Significativo il commento di questo storico tedesco, pur così ossequioso,
lo dicevo, dei dogmi e dei tabù del “politicamente corretto”:
«Gli italiani più infervorati dai sentimenti nazionali hanno irriso a questo
esercito variegato... Ma tenuto conto di tutto ciò che si sa, bisogna
dire che la propaganda italiana contro l’esercito della Chiesa
aveva torto. I resoconti che ci sono giunti di ufficiali e soldati papalini
dicono di sincera devozione per la legittima causa del loro Supremo
Comandante, di pietà religiosa, di disponibilità al sacrificio. Si rifacevano,
nelle loro motivazioni, allo spirito delle crociate». Del resto,
questa «truppa cosmopolita e raccogliticcia», come la chiamava con
disprezzo la retorica risorgimentale, tre anni prima, nel 1867, a Mentana,
aveva inflitto, assieme ai francesi, una dura lezione a Garibaldi
che pensava di arrivare a Roma come in passeggiata. E tutte le testimonianze
ci dicono del malumore se non della rabbia di quegli uomini
di fronte all’ordine di cessare la lotta quando la breccia nelle Mura
Aureliane fosse stata aperta dalle artiglierie di Cadorna. Successe,
in effetti, che quando Pio IX ordinò di alzare la bandiera bianca sulla
cupola di San Pietro, i volontari continuarono nella difesa con un
fuoco ordinato e costante di fucileria. Le cifre, del resto, confermano
che non si trattava di un ammasso di vili. Tra essi ci furono 19 morti
e 68 feriti. E gli italiani lasciarono sul campo 49 caduti e 132 feriti.
E, questo, nel brevissimo tempo che fu concesso alla battaglia “dimostrativa”.
Gustav Seibt fa, in questo giustamente, dell’ironia sulle contraddizioni
della propaganda risorgimentale: «La difficoltà di imporre la interruzione
dei combattimenti fu interpretata dagli italiani come una
prova che il papa non era padrone delle sue truppe straniere, assetate
di sangue». Delle due l’una: o mercenari vili e pronti alla fuga,
come ripeteva Nino Bixio (dimenticando la disfatta a Mentana, sua
e del suo Eroe) o belve scatenate. Al comandante della spedizione,
Raffaele Cadorna, scappò detto che era stata una fortuna la decisione
di Pio IX di una resistenza che fu cruenta ma doveva essere
solo simbolica: se a Kanzler e ai suoi, infervorati di spirito crociato,
fosse stata lasciata mano libera, una volta varcate le mura gli italiani
avrebbero dovuto combattere casa per casa e il risultato sarebbe
stato «un carnaio».
Ugo Pesci, principe dei giornalisti nazionalisti, autore di memorie un
tempo famose che trasfiguravano la Breccia nel mito patriottico, fece
una ammissione significativa: «La notte tra il 20 e il 21 settembre
l’Italia fu assistita da un buona stella». In effetti, a norma dell’accordo
tra Cadorna e Kanzler, dopo la resa 9.000 soldati papalini furono
concentrati in piazza San Pietro. Era stato ordinato loro di cessare
dal combattere ma conservavano i fucili, i cavalli, persino qualche
pezzo di artiglieria. Erano, dice Seibt, «come una bomba colma
di frustrazione: che sarebbe successo se fosse esplosa?». Sul desiderio
di riprendere a battersi, costasse quel che costasse, prevalse
la disciplina e l’obbedienza al papa che, per tutta la notte, fu acclamato
alla luce dei falò. Il mattino, dopo avere assistito alle prime
luci alla messa in San Pietro (gli italiani, tra l’altro, non avevano dato
loro nulla da mangiare, erano digiuni da ormai 24 ore e i maltrattamenti
continuarono nei giorni seguenti) sfilarono davanti a Cadorna
e Bixio, ricevendo l’onore delle armi e consegnando i fucili ma, a
un certo punto, ai due generali italiani crollarono i nervi. Fu quando
passarono davanti a loro gli spavaldi volontari della Legione di Antibes
che, guardandoli con il sigaro in bocca, gridavano: «Arrivederci!
E a presto!».
Per finirla con il lavoro del professor Seibt: è significativo che nel
suo rigore nel vagliare le fonti (malgrado le scivolate nel conformismo),
questo studioso accetti come autentiche le parole pronunciate
da Vittorio Emanuele II sul letto di morte, nel palazzo del Quirinale
che sino ad 8 anni prima era stato del papa. Stando alla versione
ufficiale, il primo re d’Italia non avrebbe ritrattato nulla, scusandosi
semplicemente se aveva dato qualche causa di dolore a Pio IX, ma
solo alla sua persona, non alla istituzione. In realtà, scrive lo storico
tedesco, «ansimando e gemendo, pronunciando male le parole però
ripetendole più volte in modo inequivocabile, Vittorio Emanuele
avrebbe detto: “Non mi fo più alcuna illusione, io sono per morire e
andrò a rendere conto di quanto ho fatto. Che terribile fardello è mai
il regno per un sovrano! Io sono stato ingannato, agivo con buon fine
ma la mia volontà fu pervertita. Io voglio morire da buon cattolico,
voglio andare dal papa per chiedergli perdono dei torti che gli ho
fatto. Autorizzo a dire al Santo Padre tutto quello che giudicate essere
obbligato a dire e fare per morire da buon cattolico. Sono pentito
dei torti fatti al papa e alla Chiesa...”».
Commenta Seibt: «Questo stato d’animo di disperazione fu eliberatamente
tenuto nascosto dal governo. «Re Vittorio è morto come
un eroe!», annunciò il giorno dopo la Gazzetta Ufficiale. Senza
la manipolazione dei fatti l’Italia non avrebbe potuto celebrare per
giorni e giorni la pomposa esaltazione dell’unità attorno alle spoglie
del re.
