Quella che, stavolta, intendo raccontare è una vicenda straordinaria. Eppure soltanto pochissimi la conoscono: anche molti specialisti della storia della Chiesa ne sanno, credo, le linee generali ma non lo svolgimento preciso. Non la conoscono affatto, soprattutto, sceneggiatori e registi: eppure, per il grande o piccolo schermo, basterebbe trasformare in immagini quanto è avvenuto tra fine Settecento e inizio Ottocento, senza sforzarsi di inventare storie di fantasia. Se riesumiamo dalle antiche cronache queste vicende non è, ovviamente, per nutrire curiosità (anche se un film ce lo auguriamo sul serio), ma per onorare i protagonisti di una storia al contempo drammatica e gloriosa, che conferma l’opera della Provvidenza e la saldezza delle vocazioni di alcuni in un momento in cui sembrava finita per la vita religiosa. Un pugno di uomini,di donne (e di bambini!), assicurò con la sua tenacia eroica non soltanto la continuità del monachesimo benedettino, in particolare di quello cistercense, ma anche la continuità della vita consacrata nell’Europa sotto il tallone anticristiano, prima giacobino e poi napoleonico. Bisogna partire dalla Francia della seconda metà del Seicento dove un giovane nobile, figlioccio addirittura del cardinal Richelieu, spensierato se non dissoluto, si converte a un cristianesimo esigente ed entra in un’abbazia benedettina della Normandia sino ad allora oscura, chiamata “La Trappe”. Armand Jean Le Bouthillier de Rancé diventa subito abate e impone ai monaci una riforma rigorosa che intende andare anche oltre la pur severa vita cistercense. L’abbé de Rancé rompe, forse, l’equilibrio umanissimo e sapiente della Regola di San Benedetto, la sua moderazione, il suo avvertimento a non esagerare, e arriva persino a vietare le cure mediche: «Perché ritardare il momento della morte, traguardo principale e ambito della vita religiosa?». In effetti, nei primi anni, alla Trappe molti monaci moriranno, anche perchè, tra l’altro, in quei climi rigidi dell’Europa del Nord si toglie dalle abbazie ogni riscaldamento e dal vitto pure il pesce, le uova, il vino, riducendo l’alimentazione a poco più che un piatto di verdure scondite. Nessuna ricreazione, silenzio perpetuo, poche ore di sonno interrotto dalla levata per l’Ufficio, duro lavoro manuale, rifiuto dell’istruzione “non necessaria”, abiti pochi e ruvidi: una sorta di oltranzismo penitenziale che suscita la protesta degli altri religiosi e anche una certa diffidenza di Roma, alla cui saggezza non è estraneo il prudente: «et surtout, pas trop de zèle». Cosa, però, che non vale per alcune vocazioni speciali come (e lo vedremo) era quella di questi cristiani. Sta di fatto che, pur tra polemiche, sia durante che dopo la vita dell’abbé de Rancé, morto nel 1700, la Stretta Osservanza – come viene chiamata in opposizione alla Comune Osservanza, ma unite entrambe nell’Ordine Cistercense – conosce un grande sviluppo, attirando non solo giovani ma anche adulti o anziani in cerca di assoluto.
Mentre i Benedettini di ogni famiglia
appaiono in declino per tutto il Settecento,
la Trappe diverrà un polo di attrazione e di
edificazione spirituale. E alla sua esperienza
si riallacceranno alcuni altri monasteri.
Quando arriverà la bufera della Rivoluzione
e i religiosi saranno sciolti dai voti – che
sino ad allora avevano avuto anche valore
di legge statale – i monaci dell’abbazia rifondata
dal Rancé sfileranno uno ad uno
davanti ai Commissari della Costituente inviati
da Parigi. Erano 43 sacerdoti, 37 laici
conversi, 5 novizi. Tutti diranno senza esitazione
di volere perseverare e di non volere
abbandonare quella loro vita monastica
che gli “illuminati” consideravano inutile e
disumana. Non così in altre famiglie religiose,
dove le defezioni furono numerose: nei
monasteri maschili, però, non in quelli femminili,
dove la maggioranza delle religiose
fu irremovibile nella sua scelta e non poche
preferirono il patibolo alla rottura dei
voti. Non dimentichiamo che, a quelle che
accettavano di uscire, lo Stato – in cambio
della confisca dei beni monastici – prometteva,
vita natural durante, una discreta
pensione, sufficiente per vivere di rendita.
Eppure, per fare un solo caso tra mille:
nella città di Douai vi erano religiose di sei
ordini (Cistercensi, Carmelitane, Brigidine,
Cappuccine, Clarisse, Domenicane) per un
totale di 357 donne. Non una sola accettò
di rinnegare i suoi voti. Buona parte di
quelle che furono cacciate dalle loro case
cercarono una nicchia dove continuare nascostamente
la vita di sempre, sperando
che la tempesta passasse presto per potere
ritornare in convento. Non sarà male ricordarlo
a coloro che pensano che le donne
siano state sempre e comunque “vittime”
del cattolicesimo, dove una banda di
chierici, maschi, le avrebbe forzate a reclusioni
innaturali. Ci furono, certo, “monache
di Monza”: ma ci fu anche una folla di monache
che (nella Riforma protestante, nella
Rivoluzione francese come, poi, in quella
comunista o spagnola), nell’ora della prova,
testimoniarono sino in fondo la fedeltà
alla loro vocazione.
Per tornare a quelli della Trappa: quando fu
chiaro che i giacobini avrebbero soppresso
tutti i monasteri, un uomo non si rassegnò
e divenne una sorta di Mosé per i suoi
confratelli. Si chiamava Louis Henry de Lestranges,
divenuto dom Augustin tra i trappisti,
tra i quali era entrato perchè, giovane
e brillante prelato, temeva di essere nominato
vescovo. Maestro dei novizi, avuto
il permesso dei superiori di condurre chi
volesse seguirlo oltre le frontiere francesi,
riuscì ad ottenere dal Cantone svizzero di
Friburgo la possibilità – limitata però a soli
24 religiosi – di installarsi nell’antica certosa
abbandonata della Val Sainte. I monaci,
nell’estate del 1791, viaggiarono oltre un
mese (partivano dalla loro Normandia) su
un grande carrozzone coperto da un telone:
sotto di esso ricrearono la clausura e
non rinunciarono ad alcuna delle loro severe
regole. Arrivati finalmente in Svizzera,
fecero ancora di più: riunitisi in capitolo decisero
di rendere ancora più austero il loro
già austerissimo stile di vita. E, questo,
per impetrare da Dio perdono per i crimini
della Rivoluzione. Nonostante le accuse di
“eccessi, anzi di follia”, ancora una volta il
rigore, invece di spaventare, attrasse molti
verso la Val Sainte. Non solo: dom Augustim
fu praticamente costretto a fondare la
famiglia parallela delle Trappiste. Molte di
quelle monache cacciate di cui dicevamo
avevano varcato la frontiera e vagavano
per l’Europa in cerca di una casa religiosa.
Per loro fu aperto un monastero nella stessa
vallata, dove accorsero subito numerose,
non solo accettando la drastica Regola
ma aggiungendovi ulteriori rigori, tanto
che lo stesso dom Augustin, pur partigiano
dell’ascesi spinta agli estremi, dovette
intervenire per mitigarli. Dopo le donne,
i giovanissimi sotto i 12 anni: erano i figli
delle vittime della Rivoluzione, gli orfani
e gli abbandonati dei decapitati e degli esiliati che i monaci accolsero e istruirono
gratuitamente. In poco meno di sette anni,
il monastero della Val Sainte, con quello
attiguo femminile, divenne florido ed affollato
di religiosi e di novizi, mentre in Francia
ogni vita religiosa era estinta.
Ma ecco che, nel febbraio del 1798, le
truppe della Rivoluzione invasero la Svizzera,
determinate – come al solito – a far
piazza pulita di ogni “frateria”. Dom Augustin
organizzò allora un’altra fuga: tutti e
tutte – erano in totale 354 – decisero di
seguirlo. Si organizzarono in tre colonne
che seguivano la stessa strada, a poca distanza
l’una dall’altra: gli uomini, le donne
e anche i bambini (60 maschi e 40 femmine), che avevano scelto di non lasciare i
loro maestri. Le monache, su carri coperti,
sull’esempio dei Padri sette anni prima,
crearono il loro monastero mobile, cantando
regolarmente le ore canoniche, alla pari
di coloro che andavano a piedi. Tutti, malgrado
le fatiche del viaggio, in montagna
e in pieno inverno, seguivano le consuete
restrizioni alimentari. Rispettato anche rigorosamente
(e lo sarà per tutti gli anni a
venire) l’obbligo dell’assoluto silenzio e la
necessità di intendersi a gesti.
I fuggiaschi arrivarono a Vienna, dove trovarono un monastero vuoto: le religiose entrarono nella clausura, uomini e ragazzi si sistemarono negli edifici esterni e le comunità si riunivano nella chiesa per la preghiera e la salmodia. La cosa commosse i viennesi, che affluirono in massa per partecipare alla liturgia. Ma durò pochi mesi. L’Imperatore – pressato dai circoli anticlericali – confermò che avrebbe tollerato come ospiti i religiosi, ma a condizione che non accettassero novizi. Il coriaceo “abate itinerante”, dom Augustin, non poteva accettare: pensava al futuro, voleva continuare la catena millenaria della vita benedettina.
Provvidenzialmente, si era fatta trappista anche la principessa di Condé, legata per parentela allo Zar. Grazie alla sua intercessione, l’Imperatore di Russia inviò da Pietroburgo 30 passaporti: 15 per gli uomini, 15 per le donne. I religiosi erano autorizzati a prendere possesso di due edifici nella Russia Bianca. Ancora una volta si formarono due colonne separate, con i carri coperti per le monache, mentre quelli che non potevano partire si sistemavano qua e là per l’Austria, aspettando di potersi riunire ai confratelli e alle consorelle quando l’uragano fosse passato. Tutti, ormai, erano consapevoli di essere il seme da cui doveva rinascere la vita monastica. L’importante era resistere. I trenta si misero in cammino: la meta remota era la città di Orsa, nella parte orientale della Bielorussia, occorse attraversare l’Austria e poi la Polonia, su strade ridotte spesso a paludi, i religiosi con sacchi e zaini sulle spalle con le loro povere cose. Ma, ancora una volta, non si derogò in nulla alla severità della Regola, digiuni e astinenze comprese. Qualche volta si trovò qualcosa da mangiare (solo vegetali, come sappiamo) soltanto dopo mezzanotte, dopo ore ed ore di cammino, ma non ci si accostò al cibo per rispettare il digiuno eucaristico.
Finalmente, nel settembre del 1798, giunsero
al rifugio concesso dallo Zar ma giunse
presto anche il terribile inverno russo,
con il termometro che scese sino a 35
gradi sotto zero. Eppure, non fu mai saltato
l’impegno, anche notturno, dell’opus
Dei, la salmodia liturgica. Qualche sacerdote
ebbe le mani congelate, celebrando
la messa senza guanti. I soldi mancavano
anche per la legna, la popolazione era
ostile, una volta un ladro si impadronì dei
miseri risparmi di dom Augustin il quale,
però, intervenne presso le autorità per implorare
clemenza quando il malandrino fu
arrestato. È lo stesso abate che, tre volte
per settimana, si apriva un cammino nella
neve alta per andare ad assistere spiritualmente
le religiose, ospitate a qualche chilometro
di distanza. Il Superiore raggiunse
poi Pietroburgo, riuscendo ad impietosire
le autorità e a ottenere che i monaci, le
monache, i novizi restati in Austria potessero
raggiungere anch’essi la Russia, poiché
là dove erano era cominciata la persecuzione.
Fu dato il permesso perchè, a
piccoli gruppi, si disseminassero tra il Baltico
e l’Ucraina.
Malgrado le condizioni terribili, quel pugno
di eroi della fedeltà alla vocazione avrebbe
tenuto duro se, diciotto mesi dopo, non
fosse giunto un altro ordine di sfratto: la
Russia era entrata in guerra con la Francia,
nella Pasqua del 1800 tutti i francesi
erano espulsi dall’immenso impero. Quelli
e quelle di Orsa si imbarcarono sul fiume
Bug, ancora mezzo ingombro di ghiacci
ma, giunti al confine con i domini austriaci
non seppero che fare: da una parte era
vietato l’ingresso, sotto pena di arresto
immediato, dall’altra c’era l’ordine implacabile
di cacciata. Un monaco fu inviato
verso Berlino per chiedere visti per la Prussia
ma, in attesa, come sopravvivere ? La
Provvidenza intervenne ancora una volta:
in mezzo al fiume c’era una minuscola isoletta,
considerata terra di nessuno, né austriaca
né russa. Ottenute in regalo alcune
vecchie tende da un colonnello cattolico,
i monaci vi si sistemarono, mentre le monache
restavano in mezzo all’acqua, sulle
barche dove avevano viaggiato. Avevano
ripreso il loro inestirpabile ritmo monastico
quando furono raggiunti, quasi miracolosamente,
dai confratelli e dalle consorelle
sparsi negli altri luoghi della Russia. Così,
i superstiti di coloro che erano fuggiti nove
anni prima dalla Trappa della Val Sainte
poterono riunirsi. Giunti i passaporti prussiani,
si rimisero in cammino e raggiunsero
Danzica, ma non poterono starvi che sei
settimane. Grazie ad elemosine ricevute
dai luterani (commossi, malgrado l’ostilità
confessionale, da questi monaci che
chiamavano “i perseguitati invincibili”) affittarono
tre piccole navi e fecero rotta per
Lubecca. Investiti dalla burrasca, per dieci
giorni furono in balia delle onde ma alla
fine, più morti che vivi, giunsero nel porto
tedesco sul Baltico. Qui, fu dato loro solo
qualche giorno per riprendersi: occorse
presto ritornare sulle navi e dirigersi ad
Amburgo, dove affittarono e attrezzarono
alla meglio due case, una maschile e una
femminile. Essendo in un grande porto
con bastimenti in partenza per ogni meta,
l’infaticabile padre Augustin decise di inviare
un gruppo di monache in Inghilterra
e ben trenta monaci negli Stati Uniti che si
sarebbero rivelati una terra fertile per quel
primo seme cistercense. Gli altri, e le altre,
si trasferirono in Vestfalia dove, ottenuto
un terreno incolto, costruirono con le loro
mani due villaggi monastici in legno, fango,
pietre raccolte tra le rovine.
Ma ecco il Kaiser decidere di seguire le
orme dell’Imperatore d’Austria: comunicò
di tollerare nei suoi domini i profughi francesi
ma non l’accettazione di novizi. Una
condizione, lo vedemmo, inaccettabile
per l’abate, favorito però – questa volta
– dal cambio della situazione politica: Napoleone
aveva firmato il Concordato con
la Chiesa, la Svizzera era stata evacuata
dai francesi, il cantone di Friburgo dette il
suo assenso. Così, partiti nel 1791, i trappisti
ritornarono nel 1802 ai loro monasteri
(peraltro nel frattempo devastati e mezzi
demoliti) della Val Sainte. Seguirono,
incredibilmente, 9 anni di calma ma, nel
1811, si riscatenò l’uragano: il Bonaparte
riprese la guerra con la Chiesa, perseguitò
ed espulse i religiosi che erano rientrati
e se la prese in particolare con i trappisti
che avevano rifiutato di prestare giuramenti
per loro inaccettabili. La sua furia fu
tale da ordinare anche al cantone di Friburgo
di cacciare quelli della Val Sainte,
sotto minaccia di dure rappresaglie. Monaci
e monache si dispersero, con l’accordo
di ritrovarsi appena possibile, ma
prima escogitarono un espediente per tenere
accesa la fiammella benedettina. Secondo
un antico accordo tra il cantone e i
certosini, i pastori e i boscaioli dei dintorni
avevano diritto ad assistere alla messa
della domenica nella chiesa del monastero.
Sul luogo, dunque, grazie a quell’impegno,
restò dom Etienne, al secolo Pierre
Francois de Paule Marry, anch’egli un
aristocratico convertito che, in tutti quegli
anni, era stato l’infaticabile e santo priore
dell’abate dom Augustin.
Dom Etienne ottenne di tenere con sé un
frate converso e alla fine poté restare anche
il padre cellerario, cioè l’amministratore
del monastero, con il pretesto che
restavano ancora questioni amministrative
da regolare. I tre abbandonarono solo
l’abito monastico, che era stato proibito in
pubblico: in realtà, in tutto il resto continuarono
la vita trappista, per assicurarne
la continuità. Pur nel nascondimento, la
vita religiosa proseguì ininterrotta tra quelle
montagne isolate.
Cadde, finalmente, Napoleone e, cessate le sue minacce, i religiosi poterono riprendere il loro amato abito bianco con lo scapolare nero e sulla Val Sainte affluirono gli uomini e le donne che si erano nascosti qua e là. Era forse finita? Ma no, c’era ancora una tappa da percorrere. Pressati dai cantoni protestanti, le autorità di Friburgo scelsero la tattica che i monaci avevano ben conosciuto: il solito divieto, insomma, di accogliere postulanti a quella vita. I monasteri della Val Sainte, inoltre, furono sequestrati per trasformarli in riformatori.
Fu così che dom Augustin (ritornato dall’America,
dove aveva fondato varie case)
dovette riformare le consuete tre colonne:
uomini, donne, ragazzi, tutti carichi di fagotti
e salmodianti. Questa volta, però, la
meta era addirittura La Trappe, dove la riforma
cistercense era nata e da dove erano
partiti 24 anni prima. La furia rivoluzionaria
non aveva lasciato che rovine dove
sorgevano gli antichi e artistici edifici. Ma
non mancava certo a quella gente di ferro
la voglia di lavorare e la fiducia nella Provvidenza.
Tutto fu amorevolmente ricostruito,
la Regola – che non era mai stata abbandonata
– ritrovava la sua sede naturale,
mentre si susseguivano nel mondo le
nuove fondazioni della Stretta Osservanza
che fu poi costituita in Ordine Trappista,
staccandola dai Cistercensi. Morirono,
uno dopo l’altro, i protagonisti della
gloriosa odissea (dom Etienne, la guida,
con dom Augustin, delle peregrinazioni,
se ne andò a 96 anni, malgrado ciò che
aveva passato) ma i loro discendenti dovettero
sperimentare una nuova cacciata:
nel 1880 il governo della Terza Repubblica
francese, braccio secolare della Massoneria,
emanò un decreto di soppressione
secondo l’esempio giacobino. Ancora una
volta i monaci dovettero andarsene, ancora
una volta l’abbazia fu rapinata, svuotata
e infine ridotta a carcere. Solo dopo qualche
decennio i monaci – come sempre indomabili
– riacquistarono quanto restava,
si rimisero al lavoro, ricostruirono la loro
casa. Ci sono ancora, tra quelle brumose
foreste normanne, a testimoniare quale
possa essere la forza di una vocazione
radicale al nascondimento e alla preghiera.
