Anche l’ex capo del governo spagnolo José Marìa Aznar ha voluto dire la sua nel dibattito suscitato da Benedetto XVI con la lezione universitaria di Ratisbona e le conseguenti, furibonde richieste di scuse da parte di estremisti islamici. «Chiedere perdono ai musulmani? » ha dichiarato Aznar alle agenzie «Parlo da spagnolo e, dunque, dico che dovrebbero cominciare loro a chiedere scusa per avere occupato per otto secoli la Spagna».
Ebbene, bisogna starci attenti, esprimersi con maggior prudenza. E non certo per timore delle rappresaglie della Mezzaluna, ci mancherebbe; ma per non violare la verità delle cose. Lo dico da cattolico per nulla propenso, come ben sanno i lettori, a rinnegare la vicenda della fede nella storia, pronto a smascherare ogni leggenda nera e diffamazione infondata. Bisogna starci attenti, perchè gli eventi sono sempre complessi e sempre deve prevalere l’amore di verità che contraddistingue un cristiano, se davvero vuole essere tale. Per ripeterlo ancora una volta: Dio non ha bisogno delle nostre bugie; o delle nostre reticenze furbesche. Dunque, se volessimo metterci sul piano delle richieste di scusa, a cominciare dovrebbero essere quei “devoti cattolici”, o sedicenti tali, che invitarono gli islamici in Spagna e ne favorirono l’invasione. È poco edificante in una prospettiva apologetica, ma è così. Dobbiamo pur esercitarci nell’umiltà e ricordare quanto, spesso, sia stato profonda la frattura tra il nostro ideale e la realtà.
Vediamo, dunque. All’epoca dei barbari,
dopo varie incursioni, tra le quali quelle
dei Vandali, che però proseguirono presto
per l’Africa del Nord, nella Hispania
romana si installarono i Goti, che crearono
un regno che unificò quasi tutto il
territorio della penisola. Al loro arrivo
erano ariani ma i capi decisero presto
di passare al cattolicesimo, che era già
professato dalla maggioranza della popolazione.
Secondo il diritto barbarico,
cuius rex, cuius religio, la conversione
del re comportava la conversione del
popolo. Così, l’unità cattolica si unì a
quella statuale. Dopo un paio di secoli,
violente lotte di potere sorsero tra il
re, allora Roderico, e i sostenitori di un
principe reale che voleva scalzarlo dal
trono. Si era all’inizio del Settecento e
gli arabi, nella loro travolgente cavalcata,
avevano già messo a ferro e a fuoco
il Nord Africa cristiano ed erano giunti
sino alle coste dell’Atlantico, nell’attuale
Marocco. Qui, ebbero difficoltà a
convertire all’islamismo le tribù berbere,
ma le più importanti di loro finirono
poi per dichiararsi credenti in Allah.
Gli avversari ispanici di Roderico decisero
di sollecitare quei temibili guerrieri
a varcare lo stretto, che proprio da allora
sarà detto di Gibilterra, per scalzare
il re dal trono e insediarvi il clan
rivale. L’invito fu accolto ben volentieri:
nell’aprile del 711 i musulmani per
la prima volta misero piede in Europa,
chiamati ed aiutati da una casta nobiliare
che pur diceva di professare la fede
nel Vangelo. Può darsi che costoro
pensassero solo ad una incursione
che provocasse in Spagna il desiderato
rivolgimento politico, dopo di che se
ne sarebbero tornati in Africa, avendo
come ricompensa un ricco bottino. Da
prelevare, ovviamente, a carico della popolazione cristiana, depredata e ridotta
schiava, quando non massacrata.
Invece, ciò che avvenne fu un’occupazione
che durerà quasi otto secoli.
In effetti, i berberi da poco islamizzati
– guidati da arabi, credenti fanatici nella
rivelazione portata dal conterraneo
Maometto – sbarcarono in poco più
di diecimila. Il numero esiguo fa pensare
che essi pure pensassero a una
semplice razzia, seppure in grande
stile. Ma i progetti cambiarono quando
si accorsero che, in realtà, si poteva
puntare a una conquista duratura,
vista la debolezza della resistenza.
Per dire quanto devastante sia stato il
tradimento “cristiano”: allorché coloro
che avevano invitato arabi e berberi in
Spagna si accorsero che le cose recipitavano,
invece di unirsi alle scarse
truppe che cercavano di fermare l’aggressione,
patteggiarono con gli islamici.
In cambio della promessa di continuare
ad aiutare l’avanzata, ricevettero
grandi proprietà da cui ricavare, indisturbati,
altrettanto grandi ricchezze.
E che la Spagna cristiana andasse pure
in rovina!
All’aiuto dei battezzati che avevano
convocato coloro che furono detti moros,
si aggiunse l’appoggio delle numerose
e popolose colonie di ebrei.
Questi
– anche qui la verità va detta – avevano
le loro ragioni: avevano convissuto
bene con i Romani e poi con le prime
ondate barbariche, in quanto l’arianesimo
era tollerante con loro. Invece, la
gerarchia cattolica e i re goti mostrarono
un’ostilità che è legittimo definire feroce,
con persecuzioni ed umiliazioni di
ogni tipo. Dunque, come già avvenuto
nel Nord Africa, dove gli ebrei avevano
svolto il ruolo di quinta colonna che
aperse agli islamici le porte delle città,
anche in Spagna gli israeliti furono ben
lieti di collaborare con i nuovi arrivati.
E ne ebbero un premio: fu loro affidata
l’amministrazione delle zone conquistate,
soprattutto per quanto riguarda
ciò che oggi diremmo la “polizia”. Ne
approfittarono con soddisfazione, per
vendicarsi dei cristiani: ma, in questi,
instillarono il desiderio di vendicarsi a
loro volta. Desiderio che avrà poi il pieno
compimento tanti secoli dopo, con
la cacciata di tutti gli ebrei non “convertiti”
dalla Spagna.
Ma, a proposito di cristiani. Come già
avvenuto nell’Africa settentrionale, dove
molti preferirono gli islamici ai bizantini,
anche in terra iberica covava
nel popolo un forte risentimento contro
i Goti. I quali, dunque, malgrado la comunanza
di religione, ricevettero ben
poco aiuto dai battezzati. Questi, in
verità, nulla sapevano di Muhammad,
di Corano, di Allah e, probabilmente,
scambiarono gli invasori per seguaci
di un cristianesimo “diverso”, così com’era
stato per gli ariani. Ben presto le
differenze si palesarono con chiarezza
e durezza e i cristiani furono ridotti allo
stato di dhimmi, “protetti”, costretti a
pagare pesanti tasse e a subire un cumulo
di umiliazioni codificate dal diritto
coranico. Soprattutto (ma, forse, non
solo) a causa di questo, cominceranno
le conversioni in massa all’islamismo
che, in certe regioni, raggiunse l’ottanta
per cento dei battezzati.
Va detto con chiarezza, anche se il ricordarlo
può spiacere a qualcuno: i moros
combattuti durante la Reconquista e i
moriscos che non si riuscì a convertire
dopo (preferirono la persecuzione e poi
l’esilio brutale all’abbandono del Corano)
non erano né arabi né berberi, ma
spagnoli al pari dei loro antagonisti. Anzi,
spesso ancor di più, visto che le truppe
dei reconquistadores erano composte in
gran parte da monaci-soldati, da volontari,
da mercenari giunti da tutta Europa.
In effetti, se per l’invasione dell’inizio dell’VIII
secolo bastarono diecimila islamici,
non furono moltissimi quelli che li raggiunsero
in seguito varcando lo Stretto.
Un velo di fedeli in Allah dominava una
massa di forse sette od otto milioni di
battezzati, fino a quando questi non cominciarono
a passare alla nuova religione,
così che la fede nel Corano divenne
maggioranza tra gli ispanici stessi.
Ma anche sulla Reconquista ci sarebbero
cose da dire; e non particolarmente
esaltanti. Se per completare l’impresa,
conclusa nel 1492 con la caduta di Granada,
occorsero ben otto secoli, ciò fu
dovuto al fatto che i piccoli regni e principati
cristiani impiegarono più forze,
tempo, denaro per combattersi tra loro
che per combattere i musulmani. Con
questi, tra l’altro, in tregue che duravano
decenni se non secoli, si imbastivano
fruttuosi rapporti economici, tanto che
l’interesse delle due parti non era quello
di far la guerra bensì di mantenere lo
statu quo.
Certo: è solo un mito ingannevole quello
della dominazione musulmana in Spagna
come l’epoca d’oro della tolleranza,
come il fiorire delle “tre culture del Libro”,
in un idillio di cui generosi organizzatori
protagonisti sarebbero stati gli islamici.
In realtà, le condizioni dei cristiani che
si ostinarono nella loro fede e non vollero
rifugiarsi a Nord (dove furono spesso
delusi dal comportamento dei fratelli
nella fede) furono sempre dure, umilianti,
spesso tragiche. Gli ebrei se la passarono
meglio per qualche tempo, vista
la loro collaborazione, ma poi anche
per essi vennero tempi molto difficili. El
Andalus non fu mai il paradiso di cui ci
parlano i mitologi o i propagandisti. Pochi
sanno, tra l’altro, che la leggenda del
buon governo musulmano è stata incrementata
nel XIX secolo da inglesi e francesi
che appoggiavano la ormai esausta
Turchia per contenere l’espansionismo
russo ed austroungarico verso le terre
ottomane. Alla guerra di propaganda in
favore musulmano si unì anche la Germania,
alleata degli Ottomani, in funzione
anch’essa anti-russa nonché anti-
inglese. Un’alleanza, quella tedesca,
che, durante la Prima guerra mondiale,
si spinse sino a coprire il terribile genocidio
armeno, compiuto sotto lo sguardo
distratto e reticente dei generali e dei
colonnelli prussiani che addestravano e
spesso comandavano le forze armate
turche. Un altro esempio poco edificante,
purtroppo, dei rapporti tra cristiani e
musulmani.
Per tornare alla Spagna, pur ribadendo,
e con convinzione, il volto oscuro di
quegli otto secoli, non si può consentire
con il semplicismo alla Aznar. Forse
è ora di smetterla con questa storia di
perdoni dati e richiesti non per sé (cosa
doverosa per un cristiano) ma per gli
antenati propri e altrui. La storia – quella
vera – non permette scuse e scambi
di perdono: ragioni e torti, condizioni
sociali, politiche, economiche che non
sono più le nostre si intrecciano in nodi
ben più complessi di quanto non credano
i semplicisti.
E meditino su molti altri episodi quei cristiani
che fossero tentati di prendere sul
serio le aggressività umorali di una Oriana
Fallaci (parlandone, come si dice, da
viva...), stando alle cui grida ci sarebbero
stati sempre due fronti contrapposti,
due civiltà – occidentale e orientale
– che si sarebbero combattute senza
quartiere. Meditino e ricordino che nelle
due battaglie decisive tra cristiani e musulmani
– Lepanto e l’assedio di Vienna
del 1683 – il maggior regno cristiano,
quella francese, si schierò dalla parte del
sultano e fece di tutto perchè i battezzati
perdessero. Meditino pure sull’atteggiamento
sempre ambiguo delle repubbliche
marinare italiane, dei catalani, dei
portoghesi, poi degli inglesi ed olandesi:
per tutti costoro le ragioni del commercio,
la ricchezza degli scambi prevalsero
assai spesso sull’ostilità religiosa. E come
dimenticare che l’arsenale navale di
Istanbul e le fabbriche d’armi ottomane
produssero sempre sotto la direzione di
“cristiani”, attirati da ricchi emolumenti
per assicurare ai credenti in Allah i frutti
del progresso tecnologico europeo?
E qualcuno ha forse dimenticato che il
primo, terribile sacco di Costantinopoli,
due secoli e mezzo prima della presa
musulmana, fu perpetrato da “crociati”,
seppure scomunicati poi dal Papa?
Piangiamo pure su quella “seconda Roma”,
su quella città mariana dalle mille
chiese trasformate in moschee e persa
per sempre dalla cristianità: ma piangiamo
consapevoli che la sua caduta
fu frutto anche della violenza, del disimpegno,
dell’indifferenza di quella stessa
cristianità.
Insomma, qui – come ovunque altrove
– ce ne è abbastanza per evitare ogni
posizione radicale. Alla Fallaci, per intenderci.
Un altro spunto, per continuare la riflessione
su questa fede giunta dall’Arabia
e che è, innanzitutto, uno scandalo per
il cristiano. Lo scandalo di un “Nuovissimo
Testamento”, il Corano, che dichiara
superato il Nuovo. Mentre i credenti
in Gesù erano certi che con lui fosse
terminata la rivelazione cominciata con
Abramo e Mosé, ecco sorgere una religione
che non solo toglie a Gesù il suo
carattere divino, ma lo relega alla condizione
di penultimo profeta di un annuncio
completato solo con le parole divine
fatteci giungere attraverso Muhammad.
Con costui, i cristiani sono ridotti a un
passato ormai superato.
È un problema con cui si confrontò in
profondo, nel secolo scorso, Louis Massignon,
un francese che penetrò a tal
punto nella cultura islamica da divenire
membro dell’Accademia che, al Cairo,
stabilisce canoni e regole della lingua
araba. Fu un cristiano convinto che, alle
soglie della vecchiaia, si fece consacrare
in Libano, discretamente, sacerdote
della Chiesa cattolica maronita. Fu uno
dei pochi che rifletté sull’enigma che sta
dietro alla scelta di Maria – tanto venerata
nel Corano – di apparire in un villaggio
portoghese che porta il nome della
figlia prediletta di Maometto, Fatima. Da
Massignon ho imparato a riflettere sull’Islam
non come fastidioso incidente,
una sorta di errore della storia, ma come
mistero da cui tentare di ricavare gli
insegnamenti che, attraverso di esso, ha
voluto darci il Dio di Abramo, di Isacco, di
Giacobbe.
C’è una pista di pensiero indicata dall’islamista
francese che mi ha sempre colpito
ed è ancora tutta da approfondire. Osserva,
infatti, Massignon che c’è un tempo
storico e un tempo teologico. C’è, dunque,
un calendario umano e c’è un calendario
divino, per il quale non valgono le
nostre categorie di “prima” e di “dopo”, di
“presente, passato, futuro”. Forse il sorgere
dell’Islam va letto in questa dimensione
che sfugge alle nostre categorie.
Muhammad “dopo” Gesù? Certo, secondo
il nostro calendario: ma che ne sappiamo
dei programmi divini, per i quali il Corano
potrebbe essere una preparazione
all’accettazione di un Vangelo per il quale
ancora molti popoli non erano pronti?
Spunti, provocazioni. Ma che confermano
come nulla comprenda dell’Islam chi voglia
interpretarlo secondo categorie politiche,
economiche, sociologiche. Categorie,
insomma, solo umane.
Per finire la “puntata”, due piccole curiosità,
ovviamente sempre in tema.
La prima: l’arabo e il suo alfabeto non sono,
per i musulmani, semplici strumenti.
Hanno un significato religioso, tanto che
non si può accettare il Corano ignorandone
la lingua, che è quella stessa che parla
Allah e che si parla in paradiso. Ogni traduzione
di quel libro è blasfema, contro
coloro che hanno osato trasporlo in altre
lingue è pronta una fatwa di morte (anche
se, per fortuna, ci si è finora dimenticati di
applicarla). Ma anche la forma delle lettere
è voluta da Dio stesso, tanto che la loro
disposizione nelle forme più complesse,
che riempiono mosaici ed affreschi, è la
sola espressione di arte figurativa consentita.
Ebbene, potrà incuriosire il fatto che è
una invenzione cristiana proprio l’arabo
del Corano. Questo è scritto con caratteri
«cufici», divenuti sacri per la tradizione.
Ebbene, il primo testo che ne possediamo
risale al 512 ed è l’iscrizione che ricorda
la dedicazione di una chiesa a san Sergio.
Il documento proviene dal villaggio
siriano di Zabad e, secondo i paleografi, è
certamente opera degli arabi cristiani della
valle dell’Eufrate. Curiosità, dunque, o
“segno”?
Secondo episodio. Se, come diceva Renan,
«l’Islam porta con sé il deserto» è anche
a causa dell’estirpazione dei vigneti,
grandi stabilizzatori dei terreni, e del divieto
di allevare i maiali, che vengono sostituiti
dalle capre. Ma questi sono animali
ecologicamente devastanti: estirpando
tutto sino alla radice, mangiando tutto,
compresi i germogli degli alberi, impediscono
la crescita della vegetazione. È la
sorte toccata al Nord Africa, un tempo
giardino dell’Impero romano, e alla Spagna,
ridotta a un paesaggio lunare. Non
credete alla favoletta delle foreste ispaniche
abbattute dai re cristiani per costruire
le flotte per le Americhe. Nel Nord, dove
Allah non giunse e i cristiani resistettero,
quelle foreste si sono salvate.
Ma è sempre l’orrore per il porco che contribuisce
a spiegare la sopravvivenza del
cristianesimo nei Balcani. Questi erano
coperti di querce: all’arrivo dei musulmani
la gente non volle rinunciare ad allevare
suini sui quali si basava la loro economia,
avendo nelle ghiande l’alimento preferito
da quegli animali. Gli invasori poterono,
al massimo, installarsi nelle valli, con
le loro capre, mentre gli allevatori di porci
si ritirarono tra le querce della montagna.
Può sembrare sconcertante: la fede salvata
dai suini? Se qualcuno si scandalizza,
non dimentichi che la grotta di Massabielle,
sul Gave di Lourdes, era il rifugio
dei maiali del branco comunale. Le loro
setole, dissero i testimoni, erano attaccate
ai rovi di quella caverna, da sempre
adibita a quell’uso. Un’ennesima conferma:
le nostre categorie non sono quelle
del Cielo.
