Con l’eloquente sottotitolo Una
vita passata a rendere ragione
della fede, è apparso da poco
Perché credo, il meritorio librointervista
di Vittorio Messori, in
cui lo scrittore e giornalista cattolico
che, negli ultimi trent’anni,
ha saputo rivitalizzare, con talento
divulgativo e insieme rigore
storico e documentario, il genere
dell’apologetica, risponde alle
domande di Andrea Tornielli
(Piemme, Casale Monferrato
2008, pp. 432, euro 20).
In un certo senso, potremmo dire
che questo volume chiude un
ideale cerchio apertosi nel 1976
con la pubblicazione del primo
libro di Messori, quell’Ipotesi su
Gesù che, oltre a rivelarsi un inopinato
successo editoriale, polverizzò
e infranse, primo caso in
Italia, quella barriera che distingueva
nettamente editoria e distribuzione
libraria laica e cattolica.
Diversamente da quel primo
volume, in Perché credo, però, la
traccia, l’impronta per così dire,
è molto più strettamente personale,
giacché Messori, dopo molti
successi editoriali, finalmente,
con franchezza e insieme con pudore
e discrezione, parla di sé e
dei motivi per cui crede. Il testo
combina il fervore e l’entusiasmo
apologetico, che fortunatamente
non sembrano destinati a spegnersi
nell’autore, con il valore
aggiunto della testimonianza che
sgorga fluente, sapientemente suscitata
e stimolata dalle domande
di Andrea Tornielli, vaticanista
del quotidiano il Giornale e moderatore
di un blog dedicato all’informazione
religiosa. In altre
parole, Messori si propone qui in
prima persona, ben comprendendo
come il nostro tempo – disincantato,
informato sino all’eccesso,
globalizzato, in interconnessione
permanente e velocissima –
non necessita tanto di buoni maestri
o, meglio, non abbisogna solo
di maestri, ma ha una disperata
sete di testimoni, documentati,
seri, sinceri, appassionati, lontani
da ogni profetismo, ma tali da
poter suscitare l’identificazione,
la sim-patia, in senso etimologico,
del lettore e dell’ascoltatore.
Testimonianza razionale
Assai eloquente è dunque l’affermazione
che troneggia sulla
quarta di copertina, «un cristiano
non è un cretino», volta a smentire
recisamente quella assimilazione,
basata su un’assonanza,
proposta da un recente pamphlet
anticristiano, livoroso, – transeat
– e insieme sciatto e mal documentato
– colpa quest’ultima imperdonabile
– uscito dal disgraziato
calamo di un personaggio
che, dantescamente, non vogliamo
qui nominare (ma, per l’analisi
di tale testo, si rilegga l’articolo
di Matteo Veronesi nel n.
555 , maggio 2007, di Sc).
Uno dei pilastri dell’argomentazione
di Messori sta nel rilevare e
ribadire continuamente come il
cristianesimo non sia un grazioso
coacervo di miti, ma una fede razionale,
una religione che propone
uno slancio di fede che non
esclude la ragione, ma anzi la
contempera. E questo non solo è
in linea con gli ammonimenti
che, sin dall’inizio del suo pontificato,
Benedetto XVI, grande
teologo, non si stanca di dispensare
al suo gregge, ma è in consonanza
profonda con quello che
è stato lo scrupolo della Chiesa in
ogni tempo, a partire dai Vangeli.
Pensiamo, come ricorda Messori
stesso, all’incipit del Vangelo di
Luca (cfr pp. 307 ss): «Poiché
molti hanno posto mano a stendere
un racconto degli avvenimenti
successi tra di noi, come ce
li hanno trasmessi coloro che ne
furono testimoni fin da principio
e divennero ministri della parola,
così ho deciso anche io di fare ricerche
accurate su ogni circostanza
sin dagli inizi e di scrivere
per te un resoconto ordinato, illustre
Teofilo, perché ti possa rendere
conto della solidità degli insegnamenti
che hai ricevuto».
Questo scrupolo razionale, di accertamento
e testimonianza della
necessità della ragione contemperata
alla fede, pervade tutta la
storia della Chiesa, a partire dal
motto agostiniano nisi credideris
non intelleges, e dall’esortazione
della teologia medievale a vivere
una fides quaerens intellectum, e
si ritrova e riflette, nella storia
personale di Vittorio Messori, la
cui biografia sa dimostrare quanto
il cristiano riviva in sé, nella
sua persona, nella sua storia, quei
problemi, quelle dinamiche,
quelle situazioni che ogni credente
si è trovato, si trova, e si
troverà, in ogni tempo e latitudine,
ad affrontare.
Messori ribadisce come, in primo
luogo, il cristiano non sia affatto
un uomo credulo, un sempliciotto
senza spessore intellettuale, un
superstizioso che soggiace all’autorità
di una gerarchia vessatoria,
immerso in credenze campate per aria, e che nuota nel cattivo
gusto di certi spaccati umani
e paesaggistici, di certa retorica
da santuario mariano, per dirla
tutta, pregiudizio questo di cui i
sofisticati intellettuali non sono
ancora immuni (cfr le icastiche, e
financo divertenti, pp. 170-174).
Da Bobbio al francescano
L’autore, invece, tiene a precisare come egli stesso sia tutt’altro che un uomo portato allo slancio mistico, come il suo carattere, emiliano d’origine e torinese per cultura ed educazione, sia quello di un uomo pragmatico, addirittura sanguigno in certe passioni, con i piedi ben piantati per terra per retaggio familiare. Nell’adolescenza e nella prima giovinezza, poi, la cultura respirata al liceo D’Azeglio e in seguito, da studente universitario, il prestigioso e rigoroso magistero di intellettuali come Norberto Bobbio e Alessandro Galante Garrone, orientarono Messori verso il distacco, il laicismo, l’ironia diffidente e scettica di chi ha ben assimilato la lezione sofisticata sino all’eccesso di pensatori orientati verso l’agnosticismo più rigoroso (e pure, mi si passi l’aggettivo, più spocchioso), quell’agnosticismo tipico di un’élite intellettuale che si voleva rappresentare e proporre anche come élite morale; una cultura che, negli anni liceali e universitari, riusciva a forgiare le sue giovani leve senza mai, e dico mai, affrontare il problema religioso, nominare Gesù Cristo, accennare alla Chiesa e al suo magistero. Cosicché, dopo qualche tempo, il giovane Vittorio, desideroso, a ventitré anni, di trovare un sacerdote che gli faccia da guida dopo la sua conversione, si troverà in grande imbarazzo (non sapendo nemmeno a quale parrocchia formalmente appartenesse il suo quartiere), e solo dopo molti dubbi e perplessità si ricorderà del francescano suo professore di religione alla scuola superiore. In tale prospettiva, comprendiamo fin troppo bene come la testimonianza del cristiano Messori, estraneo alla retorica del volemose bbene, sia importante, perché nel suo carattere schivo, alieno dalle esplosioni emotive ed emozionali, in quello che egli chiama più volte «rispetto umano», in quella sua esigenza di trovare un appiglio razionale alla fede, una guida certa e sicura non basata sull’emotività (e che sfocerà nella riscoperta della scommessa di Pascal, cui non a caso è dedicato Ipotesi di Gesù), tanti di noi, e chi scrive in primis, possiamo ritrovarci. Ma, nella produzione messoriana, dopo il primo, celebre, titolo, mi piace ricordare un testo di taglio completamente diverso, ossia quel Miracolo che, uscito poco più di dieci anni fa tra i sorrisetti di una certa presunta élite intellettuale, ricostruiva, con impeccabile documentazione e ricostruzione storica, non una fola popolare, ma la storia di un miracolo avvenuto nella Spagna del XVII secolo, un testo, questo, che per motivi generazionali e anagrafici è stato il primo di Messori che la scrivente abbia letto e che, ancora oggi, mi sentirei di consigliare per comprendere come, in modo didascalicamente perfetto, l’autore divulghi non solo contenuti ineccepibili, ma tratteggi anche un quadro razionale, una visione estremamente chiara, completa e onesta intellettualmente.
La fede è «kérygma»
Il cristiano, infatti, come le pagine di Perché credo non si stancano di ripetere, non è e non può essere nemmeno un credente à la carte, che cioè degli insegnamenti del Magistero sceglie, come sul menu di un ristorante, i piatti graditi, da accettare e cui conformarsi, scartando quelli sgraditi, difficili da mettere in pratica, ostici, affermando, magari con il sorrisetto di chi la sa lunga: «Io credo, ma a modo mio». Portando a esempio non solo un’articolatissima e convincente serie di motivazioni storiche, logiche, razionali, ecclesiali, teologiche, ma anche e soprattutto la sua esperienza di credente, unitamente a quella di tanti altri cristiani, Messori ci ricorda che la fede è anche un kérygma, l’annuncio di quel mistero, del Figlio di Dio incarnatosi, morto e risorto, cui abbandonarsi con slancio e fiducia, senza riserve né paure. In questa accezione comprendiamo bene come l’autore tenga ripetutamente a precisare che, unica fra tutte, il cristianesimo non è una religione esclusiva, ma inclusiva, cioè non una religione dell’aut-aut, ma dell’et-et, in cui quelli che solo apparentemente sono opposti si contemperano. Così capiamo bene non solo il motivo per cui nello studio di Messori svettano i ritratti di due personaggi apparentemente agli antipodi, di Blaise Pascal e di santa Bernadette Soubirous, del matematico e filosofo geniale, nobile e di raffinata educazione, e della veggente di Lourdes, pastorella analfabeta che si imponeva come penitenza e mortificazione – dato che non aveva mai imparato a leggere e scrivere correttamente – le poche letture devozionali che la Regola del suo ordine monastico imponeva. Vittorio Messori – ed è un ulteriore grande merito di questo libro – ribadisce anche come la dimensione di accettazione intima e profonda della morte e risurrezione di Cristo, dato comprovato e reale, non pia superstizione devozionale, sia il cuore del cristianesimo e, non a caso, il racconto della radicale metanoia, della conversione del brillante studente di Scienze Politiche, mette al centro di tutto proprio la scoperta di Gesù, cui egli dodici anni dopo dedicherà il suo primo libro, mentre quello dedicato a sua Madre, Ipotesi su Maria, sarà di trent’anni successivo.
La tradizione apologetica
Proprio a demistificare alcuni clamorosi fraintendimenti circolanti anche fra persone colte e benintenzionate, è dedicato un buon numero di pagine del presente volume (che, a loro volta, rimandano ai due libri – inchiesta pubblicati da Messori sul Mistero pasquale, Patì sotto Ponzio Pilato? e Dicono che è risorto). E che ci sia parecchia confusione su questo punto è un dato di fatto, testimoniato anche dalle parole del card. Carlo Maria Martini, il quale, prima di essere nominato arcivescovo di Milano, era già annoverato fra i biblisti di maggior prestigio: «Ebbene», scrive Messori, «quest’uomo, noto con la sua cultura, e apprezzato da molti anche per le sue “aperture”, ha scritto: “ Stiamoci attenti, perché non è mai esistito un cristianesimo primitivo che abbia affermato come primo messaggio: “Amiamoci gli uni gli altri”, “Siamo tutti fratelli”, “Dio è Padre di tutti”, “Impegnatevi per la pace e l’eguaglianza tra gli uomini” e cose del genere. È dal messaggio “Gesù ha patito, è morto ed è davvero risorto” che deriva tutto il resto» (p. 314). D’altronde è Paolo stesso a testimoniare ai Corinzi come tutta la fede si basi su questo, al punto da affermare che «Se Cristo non è resuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede [...] se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati». Sono, queste, pagine appassionate e dalla articolazione serratissima, che a chi scrive hanno richiamato alla memoria un aneddoto narrato dal cardinal Biffi, il quale, non ancora elevato agli onori della porpora, aveva scoperto come una coppia di suoi parrocchiani, credenti e molto praticanti, fosse rimasta gioiosamente basita di fronte alla precisazione, troppo spesso non sufficientemente ribadita, che i riti cattolici non sono il ricordo devoto di eventi verificatisi in un luogo e in un tempo lontani, ma che Cristo è realmente vivo e presente nell’Eucaristia, vivo e presente nella storia e premurosamente ancora vivo accanto al suo gregge. Dunque, il cristianesimo, ribadisce Messori con inesausto vigore, non è vero perché il fondatore parlava bene o fosse, per usare le parole di Renan, «un saggio soave e incomparabile», ma perché Gesù, dopo un’esecuzione capitale, uscì nuovamente vivo dal sepolcro e per quaranta giorni rimase fra i suoi discepoli, i quali ben sapevano che non si era trattata di una morte apparente, conversando e mangiando, per ribadire con questi suoi gesti l’evidenza dei fatti, un’evidenza tanto più forte quanto più, in tutta la tradizione cristiana, vediamo ribadita l’importanza del vedere e del toccare, testimoniata, come ricorda Messori, dall’Eucaristia stessa come pure da tanti altri gesti concreti, come quello che accompagna la consacrazione di sacerdoti e vescovi. E proprio qui sta il valore di Perché credo, nello sforzo apologetico che riconnette Messori con la grande tradizione delle origini, da Minucio Felice a Tertulliano in poi. Qui, però, interlocutore non è più il paganesimo imperante, bensì la tentazione insidiosa del relativismo e del pensiero debole, trionfanti negli ultimi decenni; e se Tertulliano, davanti ai cristiani, amava sottolineare, quasi con compiacimento, l’irrazionalità della fede, secondo i princìpi del famoso credo quia absurdum, rivolgendosi ai pagani, invece, dava un’alta valutazione della capacità di conoscenza razionale naturalmente posseduta dall’anima (così afferma, con obiettività scientifica inappuntabile, non una Storia della letteratura cristiana antica di taglio confessionale, ma, si noti bene, la laicissima e giustamente lodatissima Storia della letteratura latina di uno dei massimi latinisti viventi, il tedesco von Albrecht). Messori, dunque, accoglie le due componenti della Rivelazione cristiana, in perfetto accordo con la Tradizione, cui, con la saggezza e la moderazione che gli sono consone, rende più volte esplicitamente omaggio in questo suo raccomandabilissimo volume, che può annoverare tra le sue qualità anche la grande piacevolezza stilistica, dote capace di rendere la lettura di queste pagine prima invitante e poi avvincente.

