Nell'autunno del 1976, un giornalista de "La Stampa" di Torino pubblicava il suo primo libro, dopo una lunga, solitaria inchiesta. Esplodeva, clamoroso, il caso di Ipotesi su Gesù che in Italia superava il milione di copie ed era tradotto in decine di lingue, facendone una delle opere più diffuse, discusse, amate in tutto il mondo. Un successo che tuttora continua. Tuttavia, l'esito straordinario di quel primo suo primo saggio non travolgeva l'autore che -appartato e ostinato- continuava una ricerca, personale ben più che professionale. Così, dopo sei anni di silenzio e di lavoro, Vittorio Messori spiazzava le attese pubblicando questa Scommessa sulla morte. Qui, l'indagine iniziata con Ipotesi su Gesù si ampliava e si approfondiva, affrontando ciò che è nel cuore stesso del messaggio di Gesù: il senso della vita; e, dunque, della morte. Tutte le ideologie dominanti allora -e adesso- ignorano o nascondono il dramma della morte, non avendo risposte. Ma negare la realtà non solo non migliora la vita, ma la rende disumana. Questo libro era dunque un razzo lanciato nel buio per segnalare il problema più intimo e al contempo più urgente; per indicare una possibile via di soluzione; per esaminare infine un luogo -una Chiesa- dove vita e morte sono affrontate con parole e fatti di cui si vaglia, qui, la credibilità. Un libro "terribile" e al contempo consolante, che riempiva un vuoto: come confermava del fatto che anch'esso diventava straordinario best seller non solo in Italia ma anche nei molti paesi dove era tradotto.
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