
Messori aveva una precisa vocazione al giornalismo "ma –come ha detto una volta– questo è ormai un mestiere feudale, che si tramanda cioè per via ereditaria: i padri lo passano ai figli o ai nipoti. E qualche volta –perché no?– alle amiche… Tutto questo, naturalmente, non impedisce a qualche giornalista di moraleggiare, indignato, nei confronti di nepotismi e favoritismi: ma solo quelli di altre categorie sociali…".
Non avendo parenti o “care amicizie” nei giornali, ed essendoci tra l’altro a Torino un solo giornale (La Stampa, mentre la gloriosa Gazzetta del Popolo ormai agonizzava), la strada sembrava sbarrata, malgrado certe sue collaborazioni in periodici anche di prestigio...
Ma, per diventare giornalisti professionisti, bisognava fare i 18 mesi di praticantato presso un quotidiano o un grosso settimanale. L’occasione venne alla fine del ’70, quando –grazie a un amico che doveva essere sostituito perché da La Stampa passava alla Rai e che lo segnalò al redattore capo– Messori riuscì ad entrare “dalla porta di servizio”, quella dell’edizione del pomeriggio.
A Stampa Sera, grazie alla sua conoscenza delle lingue -occorreva seguire la stampa straniera, ricavandone notizie- era destinato alla redazione. Ma, probabilmente per diffidenza verso un “cattolico” (avendo sino ad allora diretto l’ufficio stampa della Editrice salesiana), sin dal primo giorno fu destinato al “purgatorio” della cronaca cittadina.
In realtà quell’esperienza fu provvidenziale, come ha narrato in Le cose della vita, pag. 271ss.: "Avendo fatto buoni studi ed essendomi sino ad allora occupato di libri, rischiavo di diventare un intellettuale. In cronaca, grazie a Dio e grazie alla quotidiana, spesso brutale immersione nella realtà quotidiana di una città industriale di più di un milione di abitanti, mi fu dato di capire cos’è la vita vera, chi sono e che cosa sperano o temono le persone concrete, così diverse da come le immaginano gli ideologi.Imparai anche il senso della notizia e la scrittura rapida, essenziale, semplice, in grado di farsi capire anche dai lettori, spesso di cultura limitata, dei quotidiani della sera.
Non dimenticando, poi, che palcoscenico del mio lavoro quotidiano era quella Torino che ho molto amato e che tuttora amo, tanto da desiderare di farne la vera protagonista di un romanzo che progetto da molti anni e che non so se riuscirò mai a terminare". Un impegno giornalistico preso tanto sul serio, da ricavarne anche molte querele e addirittura un processo per avere svelato certi retroscena di uno scandalo finanziario cittadino. Senza contare i pericoli del lavoro, in quegli anni di piombo, nel quotidiano proprietà dell’odiata Fiat: il vicedirettore, Carlo Casalegno, fu ucciso dalle Brigate Rosse, la sede della redazione fu oggetto di vari attentati.









