Quel 1992 è un anno intenso: nell’autunno, esce anche un massiccio volume, rilegato, di quasi 700 pagine, con ben 289 capitoli: ciascuno di essi è una puntata di Vivaio, la rubrica che lo scrittore ha tenuto a partire dal 1987 sul quotidiano Avvenire, con una periodicità bi o addirittura, per qualche tempo, trisettimanale.
Vivaio nasce durante la direzione di Avvenire da parte di Guido Folloni. Per il titolo della rubrica, come dirà nella prima puntata, lo scrittore si è ispirato a Giovanni Papini che, verso la fine della vita, contava di riunire in un libro gli spunti, le idee, gli appunti per articoli e libri che non avrebbe più potuto sviluppare per mancanza di energie e di tempo. Dunque, Papini li avrebbe gettati su un terreno di carta, sperando che germogliassero.
Messori, in tanti anni di ricerca, aveva accumulato una serie impressionante (qualche decina di chili…) di note, di abbozzi, di ritagli, nati dalle sue riflessioni e dalle sue letture. Decise di utilizzarli almeno in parte per una rubrica, giornalistica sì ma con una sua tenuta, vista la prevista destinazione a un libro. L’idea, cioè, era di esaminare l’attualità per inquadrarla in una prospettiva di fede che la spiegasse, che le desse un senso. La sfida, dunque, di cercare di partire dalla cronaca per andare verso l’Eterno…. Dice: "Credo che la mancanza più drammatica di cui soffrono oggi i credenti sia la dimenticanza di quella che i tedeschi hanno chiamato (dedicandovi persino cattedre universitarie, la più prestigiosa delle quali tenuta da Romano Guardini) die katholische Weltanschauung, cioè una visione cattolica dell’uomo, del mondo, della storia. Se si perde questa prospettiva si finisce nelle banalità, così spesso ipocrite o anche soltanto superficiali e sciocche, del politicamente corretto, nell’adeguamento dei credenti al mondo. E questa è una perdita per tutti: è il “sale della Terra” che diventa insipido".
Impaginata in un modo grigio, su due colonne, senza titolo se non quello della rubrica, relegata nelle pagine interne, spesso zeppa di refusi tipografici (un flagello attuale di certa stampa cattolica, un tempo esempio di rigore, almeno sul piano formale: don Bosco e don Alberione dicevano ai loro allievi tipografi che di un errore che gli sfuggisse dovevano accusarsi in confessione), Vivaio riuscì in realtà ad attirare l’attenzione appassionata di una folla di lettori, anche al di fuori di quelli abituali di Avvenire. In effetti, nei giorni della sua uscita il giornale aumentava in modo rilevante la tiratura. E quando, improvvisamente, cessò –nel 1992– la direzione cercò di tamponare la “falla” affidandosi al celebre giornalista e scrittore francese André Frossard: la cui rubrica, peraltro, sparì presto anche per ragioni di salute del titolare.
Nemico da sempre di ogni superficialità e approssimazione, Messori appoggiava ogni volta il suo discorso a una documentazione impressionante per vastità e solidissima sul piano storico: "Ho passato intere giornate, nella mia biblioteca o in quelle pubbliche, anche solo per verificare l’esattezza di una data, di un nome, di una notizia. Naturalmente, non c’è alcun merito in questo ma il riflesso condizionato della mia formazione nelle vecchie scuole del vecchio Piemonte, che mi porta a un orrore istintivo per ogni cialtroneria intellettuale; e poi, l’istinto di sopravvivenza: andavo a stuzzicare una cultura potente, spesso egemone, mostrandone i limiti, le faziosità, talvolta le manipolazioni. C’era da aspettarsi una reazione violenta, come difatti avvenne spesso. Dunque, occorreva prepararsi a rintuzzare la controffensiva scavando la trincea a regola d’arte. Faccio così anche per i miei libri: non metto note (i divulgatori come me non lo fanno, non possono farlo) ma conservo le schede con le indicazioni delle fonti su cui mi appoggio. Quando qualcuno cerca di smentirmi, ecco, sul giornale stesso che mi ha contestato, la mia replica con tutte le indicazioni bibliografiche, a livello universitario. E’ solo grazie a questo metodo che ho potuto sopravvivere per cinque anni con questo Vivaio, che quasi ad ogni puntata provocava un “digrignare di denti“ sia fuori che dentro la Chiesa. In effetti –come sempre mi è successo, anche con i libri– i nemici più acerrimi (talvolta, ahimè, più insidiosi e tenaci) erano in quel mondo cattolico che sembra essersi appiattito sulla vulgata dei miti e riti dell’attuale società liberal".
Anche se moltissimi collezionavano la rubrica ritagliandola dal giornale, erano forti le pressioni perché il Vivaio fosse raccolto in libro. La richiesta è accolta da Messori con la pubblicazione (nell’autunno, dicevamo, del 1992) di un primo volume con il titolo Pensare la storia e il sottotitolo Una lettura cattolica dell’avventura umana.
’arcivescovo di Bologna, cardinal Giacomo Biffi ne firmava un‘ ampia, importante prefazione dove diceva, tra l’altro: "…mi auguro che questo libro diventi subito uno strumento indispensabile dell’odierna azione pastorale….per fortuna lo Spirito Santo non lascia mai senza intrinseca protezione la Sposa di Cristo (…) Il presente volume è appunto uno di questi provvidenziali rimedi ai nostri mali." Aggiungendo, addirittura: "La sua comparsa è un segno che Dio non ha abbandonato il suo popolo". Terminando così: "Messori è, ringraziando il Cielo, autore originale e personalissimo e non c’è obbligo di condividere tutte e singole le sue sempre geniali opinioni. Ma non possiamo non condividere tutti –e tutti apprezzare– il suo coraggioso servizio alla verità e il suo amore per la Chiesa".
La quasi completa pubblicazione del materiale della fortunata rubrica proseguiva poi con altri due grossi volumi, edito anch’essi dalla San Paolo: nel 1993, La sfida della fede, nel 1995, Le cose della vita. Il primo di essi portava la prefazione del celebre sociologo belga Léo Moulin, dell’università d Bruxelles, che scriveva tra l’altro: "Messori è uno scrittore e un giornalista colto, coscienzioso, documentato, che parla soltanto di ciò che conosce: uno degli spiriti più liberi che io conosca, che si appoggia sempre su una documentazione impressionante… Sebbene agnostico, quale confermo di essere, condivido pienamente l’insieme delle tesi sostenute da Messori, per salvare valori che ci sono cari...".
Nonostante la mole, e il relativo prezzo, i tre volumi erano letteralmente presi d’assalto in libreria dai lettori della rubrica, che si sentirono smarriti, se non “traditi“, quando Messori –per libera scelta, e non perché intimidito dall’ostilità di certi settori clericali o dall’aggressività di una certa cultura laica o neppure, come si disse, per decisione della direzione che, al contrario, protestò vivamente per la sospensione che danneggiava la tiratura– quando Messori, dunque, decideva di interromperla. Giungevano oltre seicento lettere di rammarico e talvolta di protesta allo scrittore che dice ora: "Ciò che volevo era proporre un metodo per porsi, cattolicamente, di fronte alla cronaca e alla storia. Volevo mostrare che il cristiano ha qualcosa di proprio da dire, in nome di quella verità che, sola, libera. Volevo gettare un sospetto documentato su tante accuse rivolte alla Chiesa e oggi, purtroppo, accettate da cattolici ignari, inquinati dalla propaganda del “mondo” sino al punto di chiedere scusa per i fratelli che li hanno preceduti. Volevo ricordare che nella nostra storia, la più longeva di qualunque altra istituzione, i conti tornano, l’attivo supera di gran lunga, malgrado tutto, il passivo: il quale, tra l’altro, a ben guardare spesso non è affatto tale, almeno in una prospettiva di fede. Per far questo, ho dato ai lettori quasi duemila pagine in tre grossi volumi. Dopo di che, mostrato con tanta abbondanza di esempi il punto di vista da cui porsi, toccava a loro continuare. Del resto, nulla su questa Terra è eterno, meno che mai una rubrica sui giornali. E poi, come ho spesso avvertito, non ho né autorità né missione per pormi come “maestro” di chicchessia. Ebbene, devo confessare che mi metteva sempre più a disagio un eccesso di consenso da parte di tanti, un entusiasmo ansioso, quasi ad aspettare da me la “linea”, l’imbeccata per sapere come pensarla. Come cattolico sono convinto che tale ruolo spetti solo al Magistero. E nulla mi è più estraneo che il trasformarmi in una sorta di guru che pontifica e guida. So a malapena guidare l’automobile: ci mancherebbe che volessi guidare degli uomini! E poi, per dirla chiara: perché dovrebbero sempre e solo trottare degli asini come me, quando le università, i seminari, gli istituti della Chiesa sono pieni di cavalli, spesso di razza? Perché non scendono in pista loro, loro che spesso si limitano a guardare con sospetto i “bracconieri” come me?"
Dai tre volumi originati da Vivaio (la San Paolo creò per essi una collana apposita) gli spagnoli trassero un’antologia, scegliendo soprattutto i brani che cercavano di fare verità proprio sulla storia di Spagna, così diffamata proprio perché così cattolica. Se citiamo quella traduzione è per una vicenda singolare che vi è legata. L’antologia, infatti, fu pubblicata da Planeta (il maggiore editore “laico” sia nella penisola che nell’America Latina) con il titolo Leyendas negras de la Iglesia. Il successo fu straordinario, tanto che per mesi il libro fu in testa alle classifiche. Tra i molti lettori, il re stesso di Spagna, Juan Carlos, favorevolmente colpito che uno straniero difendesse, dati alla mano, una storia gloriosa di cui, purtroppo, molti iberici stessi erano tentati di vergognarsi. Ma il “compiacimento reale” crebbe ancora, e di molto, quando, nel 1998, sempre presso Planeta, apparve El gran Milagro, traduzione de Il Miracolo di cui parleremo. A quel punto, Juan Carlos decise di firmare un decreto, apparso sulla gazzetta ufficiale dello Stato, con la quale conferiva a “don” Vittorio Messori la croce dell’Ordine di Isabella la Cattolica, il più prestigioso ordine cavalleresco di Spagna e che accoglie pochissimi stranieri particolarmente meritevoli verso la Hispanidad. Così, nel giorno di San Giovanni del 2000, presso lo storico palazzo dell’ambasciata presso la Santa Sede, nel corso del solenne ricevimento per l’onomastico del Re, l’ambasciatore decorava lo scrittore con la croce di Caballero per il suo impegno nella difesa della cultura iberica.
"In fondo, è stato punito il mio snobismo" dice Messori con autoironia "Pensavo che il massimo del kitsch fosse cercare o anche soltanto accettare onorificenze. Ovviamente, quella Croce non l’ho cercata ed è stata per me una sorpresa. Ma, contrariamente a quanto pensavo, l’ho accettata volentieri non solo perché viene da un Paese che, come cattolico, molto amo ma, soprattutto, perché porta il nome di quella grande regina di cui è stata sospesa la beatificazione (per la quale tutto è pronto da tempo e che meriterebbe in pieno) per l’opposizione tenace degli ebrei, dei musulmani, dei massoni. La grande Isabella è forse la più “politicamente scorretta” delle candidate agli altari, tanto è vero che, nella Chiesa stessa, non vogliono farvela salire: come non accettare, e con riconoscenza, l’Ordine cavalleresco a lei intitolato e di cui si sono fregiati tanti difensori dell’antica cristianità?".