
Per tutto il 2000 e fino al settembre del 2001, la serie consueta di articoli che Messori pubblica su Jesus si sdoppia. Chiuso il Taccuino mariano (che, come dicevamo, è in attesa di pubblicazione, ma non giace inerte perché la ricerca continua), cominciano gli Incontri. Si tratta di una serie di colloqui con i responsabili delle comunità religiose, maschili e femminili, per individuare i problemi, i progetti, le speranze, i timori della vita religiosa oggi.
A questa lunga intervista mensile, lo scrittore affianca una pagina sotto la testatina di: ABC: Un sillabario cristiano. Ogni volta, viene scelta una parola e si cerca di darne al lettore una interpretazione cattolica, precisando che si tratta di una prospettiva che non ha alcuna pretesa di “autorità “o di esclusione di altri punti di vista, del tutto legittimi nella Chiesa: semplicemente, vi è -qui- sottoposto all’attenzione e alla discussione quanto a Messori sembra di avere compreso della katholische Weltanschauung.
A partire dal settembre del 2001 cessano gli Incontri, mentre continua il Sillabario cristiano. Ad esso è ora affiancata la nuova serie detta La bussola. Si tratta, in qualche modo, di una ripresa del famoso Vivaio: in effetti (come già accennavamo) erano numerosi i lettori non ancora rassegnati alla fine della famosa rubrica e che continuavano a chiederne una ripresa.
Ma dietro la sua ripresa in Jesus (e la riproposizione, come vedremo, con lo stesso titolo di Vivaio, nel mensile Il Timone, a partire dal gennaio 2004) c'è un retroscena di cui ci parla lo stesso scrittore.
Racconta Messori: "Alla fine, dopo tante insistenze (e dopo essermi consultato con fratelli nella fede in grado di darmi un consiglio spirituale prima che professionale), ho cominciato a sospettare che, se non avessi raccolto un invito tanto vasto e ripetuto, ne avrei portato una responsabilità. Quasi un “peccato di omissione"? Non so. So che un giorno, nell’autunno dell’anno giubilare, ho chiesto un colloquio al direttore di Avvenire, Dino Boffo, che non rivedevo da tempo. Con schiettezza pari all’amicizia gli ho detto del mio problema, anche di coscienza, del materiale che raccoglievo come se ancora dovessi fare la rubrica e che da anni si accumulava, inutilizzato, in un armadio. Gli ho dunque chiesto se avrebbe accettato la ripresa del Vivaio. Boffo è stato non solo cortese ma, me lo si lasci dire, fraterno ed affettuoso. Innanzitutto mi ha ricordato (ed aveva ragione) che, quando decisi di interrompere la rubrica, lui era vice direttore e mi chiese insistentemente di non farlo. La mia decisione era stata subìta a malincuore da lui e dal direttore, l’ormai scomparso Lino Rizzi. Era disposto a dimenticare del tutto quel mio improvviso abbandono e si diceva contento della ripresa di un colloquio con i lettori del suo giornale, molti dei quali, come anch’egli sapeva, erano nostalgici di quegli appuntamenti. Boffo era così motivato (e ne sono certo, così sincero, anche se un po’ sorpreso) che subito mi propose una sorta di piano tecnico ed amministrativo per un pronto riavvio della pubblicazione. Naturalmente, come già avvenuto durante gli anni della prima serie, il mio impegno con Avvenire si sarebbe affiancato a quello con Jesus e non l’avrebbe sostituito. Fui però io a consigliare prudenza, ricordandogli come il mio nome, in campo cattolico, non raccogliesse certo unanimità di consensi: affetto in molti, ma diffidenza, se non ostilità, in altri.
Gli raccomandai dunque di pensarci e di consultarsi. Prima di ributtarmi nell’avventura, volevo essere certo che non sarebbe stata interrotta bruscamente (e questa volta non per mia iniziativa) e, soprattutto, che non fosse motivo di polemiche o di lacerazioni in una Chiesa che deva fronteggiare già tanti altri problemi. Boffo mi assicurò che l’avrebbe fatto ma, congedandoci dopo il lungo e amichevole colloquio, si disse sicuro che tra pochi giorni mi avrebbe telefonato per dare il via libera. Invece, i giorni passarono e soltanto dopo un paio di settimane mi giunse non una telefonata ma una lettera in cui il direttore –rammaricato e insieme un po’ imbarazzato– mi diceva che dopo le riflessioni e le consultazioni che io stesso gli avevo raccomandato, s’era reso conto che un nuovo Vivaio avrebbe rappresentato per Avvenire un problema, visto il difficile equilibrio tra varie “anime” ecclesiali che il quotidiano cattolico deve ogni giorno praticare.
Gli risposi subito, ringraziandolo di quanto aveva fatto e raccomandandogli di non preoccuparsi e di non sentirsi in alcun modo a disagio: quasi per un sgravio di coscienza gli avevo prospettato la mia intenzione ma, come i fatti dimostravano, avevo le mie buone ragioni nel consigliargli di rifletterci bene perché, in qualche modo, mi attendevo la conclusione".
Continua Messori: "Se racconto questo episodio è solo per confermare quanto sia singolare, oggi, il clima ecclesiale: le pagine dei maggiori giornali laici mi sono spalancate, da molte parti mi si chiede con insistenza di collaborare, mentre mi sono chiuse le pagine del quotidiano dei vescovi, malgrado il desiderio del direttore di ospitarmi.
Del resto, uno dei pochissimi giornali che, da molti anni, non pubblica mai le recensioni dei miei libri, che per esso non esistono, è quello ufficioso della Santa Sede. Non me ne faccio certo un merito ma neanche un cruccio, anche perché devo riconoscere che sono io stesso a cedere talvolta a espressioni e atteggiamenti che sembrano (e magari sono) sgradevoli in un certo ambiente clericale.
Basterebbe, da parte mia, un po’ più di prudenza, di diplomazia, di disponibilità, magari (lo dico a mio disdoro) di generosità: tranne rare eccezioni, ad esempio, ho rifiutato gli inviti a iniziative prese dalla “macchina“ vaticana, come convegni o altro organizzati da congregazioni e segretariati.
Troppe volte ho replicato con battute, se non battutacce, a proposte serie e fattemi con cortesia. Confesso (e questa volta con disagio se non un po’ di vergogna) di avere rifiutato anche l’invito –che mi giunse direttamente dalla segreteria di Giovanni Paolo II– di scrivere i testi per una Via Crucis pasquale in mondovisione, dal Colosseo. Si sa che il papa ha deciso di affidare quelle meditazioni a scrittori.
Un anno, la richiesta giunse a me. Devo dire, però, che il mio rifiuto di quella volta fu determinato da una sorta di spavento: chi sono io, cronista scalcagnato e, purtroppo, spesso semplice aspirante cristiano, per proporre al mondo intero, in diretta tv, riflessioni spirituali sul dramma cosmico della Passione? Così, arretrai spaventato: per doverosa umiltà o per colpevole pusillanimità?
"Non so ancora decidermi. E’ comunque chiaro che non solo non coltivo nessuna complesso di persecuzione, ma sono pronto a riconoscere di avere ricevuto tanto, forse troppo, dentro alla Chiesa stessa, una Chiesa del cui mistero sono affascinato ma che talvolta ho un po’ snobbato nel suo aspetto istituzionale. Non ho nulla da “perdonare” ad alcuno ma, semmai, ho io da essere perdonato per avere spesso mancato di pazienza e di tatto con uomini dell’apparato ecclesiale della cui buona volontà e sincerità sono sicuro. Malgrado i limiti, i difetti, le piccolezze, le colpe (a cominciare, s’intende, da miei e dalle mie) la Chiesa cattolica è ancora –lo dico per ormai lunga esperienza– l’ambito del mondo in cui più ci si sforza di praticare la più bella e oggi la più rara di tutte le virtù: la bontà. Assieme alla giustizia e all’onestà. Nessuna lagna, dunque, per le porte chiuse da Avvenire: come scrivevo a Boffo, ero io il primo a riconoscere che non avrebbe potuto, probabilmente, fare in modo diverso".














